Vasco Errani si è dimesso. Non passa nemmeno un’ora dalla condanna in appello per falso ideologico a un anno di reclusione (sospesa con la condizionale) e la decisione del presidente della Regione Emilia Romagna di fare un passo indietro. In primo grado era stato assolto “perché il fatto non sussiste”, oggi il giudice ha ribaltato la sentenza. L’accusa della Procura di Bologna era quella di aver influenzato la scrittura di una relazione falsa su un finanziamento illecito alla cooperativa del fratello (1 milione di euro ricevuti dalla stessa Regione). “E’ un momento di amarezza”, ha commentato in una nota Errani, “ora penso all’istituzione. Per questo intendo rassegnare subito le mie dimissioni, e nel farlo rivendico il mio impegno e la mia onestà lungo tutti questi anni. E la mia piena innocenza anche in questo fatto specifico”. Solidarietà del Partito democratico che ha chiesto al politico di non lasciare la carica. “E’ una sentenza sconcertante. Faremo ricorso in Cassazione”, ha commentato a caldo l’avvocato del governatore Alessandro Gamberini.”Leggeremo le motivazioni per capire come ha ragionato la Corte, ma io rimango del parere che avevo espresso in primo grado e cioè che il mio assistito è innocente e non c’è nulla che provi una sua istigazione a fare il falso”. Soddisfazione per la sentenza letta dal giudice Pier Leone Fochessati è stata invece espressa dal pg Miranda Bambace: “L’accusa ha tenuto”, ha detto il magistrato a ilfattoquotidiano.it.

Tutto comincia quando un articolo de il Giornale nel 2009 accusò il fratello di Errani, Giovanni, di aver ottenuto dalla Regione un finanziamento di 1 milione di euro in maniera illecita per la sua cooperativa vinicola Terremerse. Il testo metteva in relazione quel finanziamento e tutte le sue anomalie con la parentela “importante”. L’atto che poi ha portato alla condanna in secondo grado per Vasco Errani è proprio la relazione spontanea sulla vicenda che lui presentò sia in Procura, sia in aula in Regione, in seguito all’articolo. Secondo il giudice, il politico avrebbe spinto i due funzionari Filomena Terzini e Valtiero Mazzotti (in appello condannati a un anno e due mesi), a scrivere un dossier falso per depistare le indagini. In primo grado, a novembre del 2012, il governatore decise di farsi processare con rito abbreviato e il giudice per l’udienza preliminare Bruno Giangiacomo lo assolse “perché il fatto non sussiste”. Lo scorso 13 giugno il sostituto procuratore generale Miranda Bambace aveva chiesto per il politico 2 anni di reclusione.

di Giulia Zaccariello

A seguito della sentenza che lo aveva assolto nel 2012 era arrivata la decisione dei pm di ricorrere in appello. Secondo quanto ricostruito in primo grado dal pubblico ministero Antonella Scandellari, Vasco Errani nell’ottobre 2009 avrebbe spinto i due funzionari a compilare l’atto falso. Il tutto, secondo la pm, con l’obiettivo di depistare eventuali indagini che si sarebbero potute aprire (e che infatti partirono subito) sulla vicenda che riguardava il fratello Giovanni. Ora per il filone principale della vicenda, cioè per quel finanziamento da un milione di euro ottenuto senza che, secondo l’accusa, ci fossero i requisiti, Giovanni Errani e altri due imputati sono a processo davanti al tribunale di Bologna con l’accusa di truffa e falso ideologico. La Regione Emilia Romagna si è costituita parte civile.

Un altro protagonista, funzionario della Regione Aurelio Selva Casadei, è stato già condannato per la medesima vicenda a un anno e due mesi con rito abbreviato in primo grado: di fatto, con questa condanna, un giudice ha per la prima volta riconosciuto la sussistenza di una truffa nella vicenda. In appello, assieme al governatore Errani (difeso dall’avvocato Gamberini) sono tornati come imputati anche Terzini e Mazzotti, anche loro assolti in primo grado con rito abbreviato. Sono loro due che scrissero materialmente la relazione presentata da Vasco Errani in consiglio regionale e in procura. Entrambi in primo grado erano stati assolti anche dall’accusa di favoreggiamento. Secondo le motivazioni dell’assoluzione di primo grado, non ci fu da parte di Vasco Errani istigazione a scrivere il falso. Inoltre, anche la parentela tra Vasco e Giovanni Errani, era rimasta, secondo il gup Giangiacomo, solo “uno spunto d’indagine”, “al più un indizio”. Insomma le imprecisioni scritte in quella relazione del 2009 non erano state dolose e non intendevano sviare eventuali indagini, ma solo rappresentare una difesa politica dalle accuse di un quotidiano.