A scuola non se ne parla. A volte non c’è nemmeno nei libri di storia. L’11 luglio è una data tristemente significativa e sempre più dimenticata: il Parlamento europeo nel 2009 la istituì come giornata della memoria per le vittime del genocidio di Srebrenica, consumatosi nel cuore dell’Europa 19 anni fa.

Srebrenica-Corlazzoli2Oltre ottomila uomini musulmani bosniaci, per la maggior parte giovani, vennero massacrati ad opera dei serbo-bosniaci comandati da Ratko Mladić e della soldataglia paramilitare serba. Il più grande genocidio nel cuore dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale. Uno sterminio compiuto a meno di 500 chilometri da casa nostra senza che sentissimo alcuna responsabilità, senza che sentissimo il bisogno di urlare alle nostri istituzioni. Vent’anni dopo, è tutto come se niente fosse. Chi ricorda quel luglio 1995? Chi è quel sindaco che stamattina ha fatto memoria di questo crimine compiuto contro l’umanità?

Srebrenica-Corlazzoli3Forse dovremmo iniziare a portare i nostri ragazzi delle scuole superiore a Srebrenica anziché a Parigi o a Praga. Qualche anno fa ho incontrato a Mostar le madri di quei giovani che sono stati uccisi. Non avevano più nemmeno le lacrime. Non posso dimenticare lo sguardo di quella donna che stringeva in mano il cranio di suo figlio, quasi a urlare al mondo, l’unico suo desiderio e motivo di vita: ritrovare il resto del corpo. Sì, perché quel genocidio non è mai terminato: ancora oggi migliaia di persone stanno aspettando di dare una degna sepoltura al corpo dei propri cari, dispersi nelle fosse comuni. Oggi pomeriggio sulla collina di Srebrenica sono state sepolte altre 175 bare verdi, facendo salire a 6.066 il numero delle vittime recuperate dalle fosse comuni.

Quella puzza di morte che ho respirato nelle celle frigorifere dove sono ricomposti i corpi, immagazzinati per anni in sacchi di freddi sacchi di plastica, senza nome e cognome, non può lasciare nessuno di noi indifferente. Tantomeno i più giovani. E la scuola ha il compito di leggere la storia a partire dai fatti più recenti: forse dovremmo studiare in maniera diversa. Forse dovremmo iniziare a leggere gli eventi al contrario, a partire dai fatti più vicini, da quelle vicende che hanno lasciato ferite indelebili. Se la scuola fosse stata aperta, se fossi stato in aula, stamattina non avrei solo insegnato gli avverbi e i pronomi personali, ma avrei guardato con i miei ragazzi quelle immagini che ho scattato a Srebrenica. Avrei letto con loro la testimonianza di quelle madri. Sperando che un giorno, da grandi, possano diventare dei padri o delle madri che faranno lo stesso con i loro figli.