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Elezioni Uk, Starmer e il Labour travolti dai populisti di Farage, bene i Verdi. Il premier: “Ko duro, ma vado avanti”

Il voto amministrativo era considerato come un referendum sul primo ministro, la cui popolarità è crollata da quando è stato eletto nel 2024. Nel partito arrivano le prime richieste di dimissioni
Elezioni Uk, Starmer e il Labour travolti dai populisti di Farage, bene i Verdi. Il premier: “Ko duro, ma vado avanti”
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Una sconfitta “molto dura”. Keir Starmer ha commentato così il ko subito dal Partito laburista nelle elezioni amministrative, emerso chiaramente fin dal primo spoglio parziale dei risultati e a scrutinio ancora in corso. Un risultato che “fa male”, ha aggiunto il premier britannico, assumendo su di sé “la responsabilità” del risultato delle urne, senza “cercare capri espiatori”. Ma la disfatta “non indebolisce la mia determinazione a realizzare il cambiamento promesso”. Tradotto: il governo va avanti.

Le parole del primo ministro non fotografano con esattezza il voto, ampiamente considerato come un referendum su Starmer, la cui popolarità è crollata da quando è stato eletto meno di 2 anni fa. La batosta per il Labour e i partiti “tradizionali” si misurano dal boom della destra trumpiana di Reform Uk di Nigel Farage, che si presenta con un messaggio anti-establishment e anti-immigrazione: “Una svolta storica nella politica britannica”, l’ha definita l’uomo che che nel 2016 condusse il paese alla Brexit. Il partito al governo vede dimezzati i consiglieri che aveva e risulta superato come prima forza politica proprio da Reform. Male anche i Conservatori, mentre guadagnano seggi – seppure più marginalmente rispetto a Farage – sia i centristi Liberaldemocratici, sia i Verdi del cosiddetto “ecopopulista” Zack Polanski. I risultati su Scozia e Galles sono attesi più tardi.

Al momento Reform Uk ha in Inghilterra – dove partiva da quota zero, non essendo stato ancora fondato all’epoca delle precedenti amministrative del 2021 – circa 100 seggi in più del Labour fra quelli in palio nei diversi consigli scrutinati, molti dei quali conquistati nei Consigli locali delle aree operaie del nord dell’Inghilterra, come Hartlepool. Il partito di Starmer è invece testa a testa per numero di consiglieri eletti ieri con i Liberaldemocratici di Ed Davey (che cresce di qualche decina di seggi contro le centinaia guadagnate dal partito di Farage) e con i Tories di Kemi Badenoch. I conservatori, ultimi, perdono circa un terzo dei consiglieri che avevano nel 2021, ma possono consolarsi per non essere stati del tutto cannibalizzati a destra da Reform Uk e soprattutto per aver vinto in una delle amministrazioni simbolicamente più importanti in lizza a Londra, il municipio circoscrizionale di Westminster, dove ha sede la cittadella del potere britannico, sottraendone il controllo ai laburisti.

Gli alleati di Starmer insistono intanto a difendere la leadership, aggrappandosi alla differenza fra voto locale e quadro politico nazionale. Ma John McDonnell, dissidente della sinistra interna del Labour, definisce “inevitabile” – con questi risultati – una messa “in discussione” del ruolo del premier al vertice del partito (e quindi del governo), sebbene senza azzardare scadenze. Mentre stando a indiscrezioni del Times anche un ministro di spicco dell’attuale compagine, il titolare dell’Energia, Ed Miliband, avrebbe già sollecitato privatamente sir Keir (a dispetto delle smentite di una portavoce) a valutare la possibilità di fissare un calendario per rassegnare le dimissioni. Anche se Starmer per ora dovesse restare in sella, molti analisti dubitano che guiderà il partito alle prossime elezioni nazionali, che dovranno tenersi entro il 2029.

La popolarità di Starmer è crollata dopo ripetuti passi falsi e inversioni di rotta su politiche come la riforma del welfare. Il suo governo ha faticato a realizzare la crescita economica promessa, a risanare i servizi pubblici e ad alleggerire il costo della vita, compiti resi più difficili dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che ha bloccato le spedizioni di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz. A pesare sul primo ministro, poi, la disastrosa decisione di nominare come ambasciatore britannico a Washington Peter Mandelson, amico di Jeffrey Epstein macchiato da scandali.

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