La vertenza sulla raffineria di Gela dell’Eni si infuoca e rischia di espandersi a macchia d’olio. I lavoratori sono sul piede di guerra, annunciano scioperi anche in altri stabilimenti e sono pronti a bloccare il metanodotto Green Stream che porta il gas libico in Italia. Il presidente della Regione siciliana, Rosario Crocetta, chiede “risarcimenti miliardari se la società confermerà nel piano industriale l’intenzione di abbandonare la Sicilia”. E minaccia la revoca delle concessioni di sfruttamento dei giacimenti di gas e di petrolio. Secondo quanto riferiscono i sindacati in una nota, l’ad dell’Eni, Claudio Descalzi, ha infatti confermato la revoca dei 700 milioni di investimenti per ammodernare gli impianti e il fermo di tutte e tre le linee produttive, almeno fino a dicembre. Non solo. A causa della crisi del settore e di un surplus europeo di 120 milioni di tonnellate di raffinato, la società può assicurare la continuità operativa solo per la raffineria di Sannazzaro (Pavia) e per la propria quota del 50% di Milazzo. Appese a un filo rimarrebbero quindi, oltre alla raffineria di Gela, anche quelle di Taranto, Livorno e Porto Marghera (la seconda fase). A rischio anche il petrolchimico di Priolo (Siracusa).

Cgil, Cisl e Uil per il momento sono però particolarmente preoccupati per Gela. Sia perché in gioco ci sono 3.500 posti di lavoro (compreso l’indotto) sia perché nel breve termine sembra quella più in bilico. Inoltre, sarebbe un colpo durissimo per l’economia siciliana. Descalzi avrebbe comunque proposto un nuovo progetto alternativo. Secondo fonti sindacali si tratterebbe della conversione dell’impianto in una bioraffineria, così come pensato per Porto Marghera. Ma anche in questo caso i sacrifici sul piano lavorativo sarebbero pesanti.

Apprese queste notizie, i lavoratori hanno intensificato i picchetti davanti all’impianto. Non lasciano passare nessuno, nemmeno i turnisti che avrebbero dovuto dare il cambio ai colleghi che hanno lavorato durante la notte. Le petroliere sono ferme nel mare per mancanza di personale all’interno della fabbrica. Alcuni operai si sono spostati ai cancelli della consociata dell’Eni, “Green Stream”, per bloccare il gas proveniente dalla Libia attraverso il metanodotto sottomarino. Se le proteste dovessero continuare verrebbero a mancare 10 miliardi di metri cubi di gas: due miliardi per l’Italia e 8 per gli altri Paesi. Fra qualche giorno potrebbero fermarsi anche le pompe di estrazione del petrolio dei giacimenti di Gela.

Cgil, Cisl e Uil hanno definito il piano dell’Eni un disegno che mette a rischio “l’intero sistema industriale dell’Italia” e chiedono al Governo un tavolo urgente. Le tre sigle hanno nel frattempo convocato per il 18 luglio il coordinamento nazionale di categoria per stabilire le iniziative di mobilitazione da attuare non solo alla raffineria siciliana ma in tutti gli stabilimenti produttivi del Cane a Sei zampe. Entro il 20 luglio dovrebbe comunque essere indetto uno sciopero generale.

In campo insieme ai sindacati è sceso anche il governatore Crocetta, che ha incontrato a Roma sia i vertici dell’Eni sia il vice ministro allo Sviluppo Economico, Claudio De Vincenti. “Aspettiamo che l’Eni consegni il piano industriale, ma se l’intenzione è chiudere Gela e Priolo, la Sicilia non ci sta. Chiederemo un risarcimento miliardario se l’Eni confermerà nel piano industriale l’intenzione di abbandonare la Sicilia”, avverte Crocetta. Nei giorni scorsi il governatore siciliano è arrivato a minacciare la revoca delle concessioni di sfruttamento dei giacimenti siciliani di gas e di petrolio: “Se continuano così gli chiudo i pozzi di petrolio e li riportiamo a più miti consigli”. De Vincenti prova comunque a smorsare i toni e a rassicurare: “Non c’è da fare allarmismi”, “Eni ha dato indicazioni importanti circa l’intenzione di investire il Sicilia e nell’area di Gela”. Il vice ministro ha quindi invitato la società a presentare il piano industriale e ha annunciato un nuovo incontro nei prossimi giorni .

Proprio pochi giorni fa l’agenzia di rating Fitch aveva detto che i deboli margini di raffinazione in Europa potrebbero portare a un eventuale downgrade di Eni se la ristrutturazione del settore non avrà successo. “I margini di raffinazione europei dovrebbero restare deboli per almeno i prossimi 1-2 anni a causa della sovracapacità, degli squilibri tra domanda e forniture e la competizione oltreoceano”, spiega Fitch. Contattata per un commento sull’intera vicenda, la società si limita a un “no comment”.