La mini Roubaix del Tour de France comincia sotto una pioggia fredda, quasi invernale. I favoriti si raggruppano in cima al plotone, subito dietro la vettura del direttore di corsa, in attesa del via ufficiale. Si parte da Ypres, che fu bombardata dai gas asfissianti. Le trincee e i campi di battaglia si allungavano come gigantesche strisce di morte: piccoli cartelli ne indicano le sigle, i nomi. Le chemin des dames, per esempio… I corridori scattano e subito si profila un cimitero di guerra, e poi un monumento ai caduti, e una lapide con le date di scontri, e i nomi di infinite vittime. La Grande Guerra è ancora un’ombra che pesa sulla memoria della gente. Alcuni, gli iscritti al club degli ottimisti, dicono sia un mito fondante. Ma di che? Solo sacrifici sproporzionati di una generazione distrutta dal conflitto: un appuntamento con la morte. La guerra, una follìa. Già, ripetono i corridori, anche questa tappa è una follìa…

Parlano poco, oggi, i corridori. Sono tesi. Hanno paura. Fa freddo. Piove. Ci sono centocinquantadue chilometri da affrontare a 14 gradi e sette sezioni di pavé. Di maledetto selciato che la pioggia trasforma in sapone. Con le erbacce che sono peggio. E le buche. E il fango. Ben presto, le facce dei ciclisti sono maschere di fango. Come minatori in bicicletta. Ciclismo di una volta. Eroico. Il ritmo è elevatissimo. Si vuol mettere fretta a questo “Inferno del Nord” in edizione Tour de France. Spettacolo per chi guarda, dramma per chi corre. I migliori vogliono stare davanti. Limitare i rischi. Il pavé non perdona. Ma anche l’asfalto. Ne sa qualcosa Christopher Froome, che era già caduto il giorno precedente. Scivola, più o meno dopo trenta chilometri di corsa. Grattugia l’asfalto con la coscia destra. Si rialza, controlla la bici, riparte. Affiancato dai gregari, aiutato dalla scia dell’ammiraglia – i giudici chiudono un occhio… – insegue il gruppo che rolla a cinquanta. Un minuto da recuperare, energie che ti prosciugano. Davanti, nove in fuga.

Nomi importanti, come quello di Tony Martin e del francese Gallopin, pure lui Tony. Un altro francese, il lesto Samuel Dumoulin. L’australiano Simon Clarke. L’olandese Lieuw Westra, un corridore dell’Astana, mandato in avanscoperta da Nibali che non ha alcuna intenzione di mollare la maglia gialla. Sia pure a fatica, Froome rientra nel gruppo. Ma si vede che non sta proprio in perfette condizioni. Quando mancano 67 chilometri e ancora non sono iniziati i trattai di pavé, cade una seconda volta. Si fa male al polso destro. Con lui è ruzzolato il fido Lopez Garcia. Che lo rincuora. Lo aiuta a rimettersi in piedi. Piomba l’ammiraglia della Sky. Il meccanico prepara la bici di scorta. Froome scuote la testa. Non ce la faccio, sibila. Poggia la mano sulla spalla del compagno di squadra, gli dice di riprendere la corsa. Finisce così il Tour 2014 di Chris Froome, dopo 794 chilometri di gara. Era il superfavorito. Perché non ha resistito al dolore? Tanti altri lo hanno fatto. Per non parlare di grandissimi campioni come Bartali, Coppi, Anquetil

Perché questa resa così frettolosa? Ma forse, in cuor suo Froome si era accorto di non essere competitivo al punto da reggere lo scatenato Nibali. Già nella York-Sheffield, la piccola “classica”, il siciliano si era dimostrato il più forte e anche il più astuto, conquistando con una prova di forza e uno spettacolare allungo nel finale la maglia gialla, lasciando Froome a baccagliare con Peter Sagan perché lo slovacco non l’aiutava nell’inseguimento. Non solo lui. Froome si è pure accorto che in plotone non godeva di tante simpatie. Lui contro tutti. Fatto sta che appena la notizia è arrivata in gruppo, la corsa è cambiata. Nibali ha messo alla frusta la squadra. Sul primo tratto di pavé ha dimostrato grandi doti di equilibrio e coraggio, mentre i pretendenti alla sua maglia erano più cauti. Peggio di tutti, Alberto Contador, l’altro favorito di questo Tour. Poco per volta Contador perdeva prezioso terreno, scivolava, rallentava, stentava a tenere la ruota del gruppo. Via via Nibali assottigliava il plotone.

I nove in fuga perdevano colpi e due di loro cadevano. Dietro, Nibali accelerava, aiutato da Fabian Cancellara e da Peter Sagan: un’alleanza opportunista. Io conservo la maglia gialla, voi vi pigliate la tappa. Peraltro, Cancellara e Sagan grandi esperti di pavé gli garantivano maggiore tranquillità. A un certo punto, Nibali richiamava Westra, che mollava i fuggitivi ed attendeva il capitano. Una prova di forza, quella dell’Astana. Nibali e tre scudieri. Chiara l’intenzione: tirare il collo per rubare secondi preziosi a Valverde e Contador in difficoltà. Gli spagnoli accusavano il colpo, rendevano l’anima ma non avevano gambe per recuperare. Anche Richie Porte, il vice di Froome, diventato ormai capitano della Sky, non riusciva a ricongiungersi con il gruppetto di Nibali. Il siciliano sfiorava la catastrofe quando un suo compagno scivolava in curva. Ma Nibali lo evitava, un grande riflesso segno di ottima condizione.

Il capolavoro tattico di Vincenzo arriva nel penultimo e più lungo tratto di pavé. L’olandese Lars Boom piglia il largo, ma non di tanto. Nibali e il bravissimo compagno Jakob Fuglsang si liberavano di Cancellara e Sagan, tenuti d’occhio da Welstra. Il forcing di Boom, tallonato a distanza dal duo Nibali-Fuglsang, favorisce la maglia gialla: Cancellara e Sagan perdono terreno. Al traguardo, Boom esulta. E’ la vittoria della vita. Filippo re del Belgio gli stringe la mano. Anche a Nibali, sempre più padrone del Tour. Terzo al traguardo. Ma ha guadagnato due minuti e mezzo su Contador. E si è scoperto bravo pure sul pavé. Stasera la classifica del Tour comincia ad essere già una piccola sentenza. E ancora non ci sono le salite che tanto piacciono al siciliano. Il quale ha dimostrato di saper gestire non solo la squadra (aiutato dal direttore sportivo Martinelli, che guidò a suo tempo Pantani) ma anche le alleanze in gruppo. Nibali offre garanzie sicure: ha migliorato sul passo. Va forte in salita. Ha un’accelerazione fulminante, come si è visto a Sheffield. E’ un attaccante, cioè si assume dei rischi. Accetta di perdere tutto pur di avere l’occasione per vincere tutto. E’ caparbio. Dopo aver vinto Vuelta (2010) e Giro (2013), ha deciso di provarci col Tour 2014. Ora inizia il duello con Contador. Abbiamo materia per dimenticare le delusioni del calcio.