Argini troppo deboli e tane di animali selvatici. Sono queste le cause dell’alluvione che il 19 gennaio scorso ha investito la bassa emiliana tra i Comuni di Bastiglia, Bomporto, San Prospero, Solara, Staggia, Sorbara e San Pietro in Elda, in provincia di Modena, provocando centinaia di milioni di euro di danni e una vittima, secondo la commissione scientifica incaricata dall’ormai ex presidente della Regione Emilia Romagna Vasco Errani di fare luce sulla rottura dell’argine destro del fiume Secchia in zona San Matteo (Mo). Nella relazione conclusiva presentata in commissione regionale Ambiente dal professor Luigi D’Alpaos, numero uno del pool di esperti provenienti dagli Atenei di Bologna, Modena, Ferrara, Reggio Emilia, Parma e Padova, infatti, il dito è puntato sia contro la fauna, e nello specifico “un sistema articolato di tane determinante ai fini del collasso arginale”, sia contro la struttura degli argini stessi, soggetti a erosione interna e indeboliti dalle piogge, che in quei giorni sono cadute “non con grande intensità ma persistenti nel tempo”.

A determinare la rottura dell’argine destro del fiume Secchia, quindi, non sarebbe stato solo un problema di mala manutenzione, come ipotizzato da cittadini, comitati e sindaci dei Comuni alluvionati, che nei mesi scorsi avevano parlato di “una tragedia annunciata che si poteva evitare”, in una terra che ha già pagato il prezzo dei terremoti del maggio 2012. Né di nutrie, come l’Aipo, l’Agenzia interregionale per il fiume Po, incaricata della cura dei corsi d’acqua, Secchia compreso, aveva supposto. “La presenza di animali selvatici – spiega D’Alpaos – è un fenomeno emergente, in quanto non si tratta di nutrie ma di tassi, volpi e istrici, insediati in questo territorio soltanto da qualche anno a questa parte”.

“La nostra risposta – continua il professore di Idraulica dell’Università di Padova, presidente della commissione – può essere considerata apparentemente semplice, ma si basa su una verità scientifica che ha comportato l’applicazione di analisi e metodi complessi. Il fenomeno può essere spiegato secondo due schemi di innesco, che possono aver agito singolarmente o in combinazione fra loro, comportando un ribassamento della sommità dell’argine con conseguente sormonto da parte della corrente fluviale. In seguito all’attivazione del sormonto, la breccia si è evoluta rapidamente, nell’arco di poche ore, approfondendosi e allargandosi per effetto dell’erosione prodotta dalla corrente fluviale in uscita, caratterizzata da un’elevata velocità”.

Per i tecnici, a innescare l’alluvione sarebbero stati due fattori:
 “Il primo è un processo di progressiva erosione interna, favorito dal sistema di tane presenti nel corpo arginale, eventualmente indebolito dalla precipitazione diretta al suolo. Una volta che è stato asportato un sufficiente quantitativo di materiale, la parte dell’argine sovrastante le cavità crolla, provocando un notevole ribassamento della sommità arginale”. Il secondo innesco, invece, deriva dalla “progressiva instabilità geomeccanica del corpo arginale, “localmente indebolito dalla presenza delle cavità e favorito dalle condizioni di parziale saturazione indotte dalla piena e dalle precipitazioni dirette al suolo. La riduzione di resistenza a taglio dei terreni, indotta dalla loro saturazione anche locale, può causare una significativa diminuzione del grado di sicurezza della struttura arginale nei confronti della stabilità”.
 Secondo la Commissione, entrambi gli schemi dimostrano, “pur nei limiti delle incertezze insite nelle variabili idro-meteorologiche di controllo, nella parametrizzazione dei modelli, nelle descrizioni matematiche dei complessi fenomeni naturali considerati”, una “soddisfacente consistenza” tra i risultati ottenuti e le osservazioni effettuate.

Una relazione, quella presentata dai tecnici, che non chiude il capitolo relativo alle indagini sull’alluvione, visto che la procura di Modena a gennaio ha aperto un fascicolo contro ignoti per indagare le ragioni alla base del cedimento dell’argine del Secchia. E tuttavia, secondo l’assessore alla Difesa del suolo Paola Gazzolo, che ha annunciato un ulteriore stanziamento da 23 milioni di euro per interventi urgenti di messa in sicurezza idraulica dei bacini dei fiumi Secchia, Panaro e Naviglio, a cui si sommano i 6 milioni destinati al ripristino delle opere pubbliche previsti dall’ordinanza 4, “è stata fondamentale per fare chiarezza e dare risposta alla comunità su ciò che è successo”. “Abbiamo lavorato per superare l’emergenza e per ottenere dal governo 210 milioni di risorse necessarie a indennizzare i cittadini e le imprese e a mettere in sicurezza il territorio. Adesso – sottolinea Gazzolo – è necessario rafforzare le azioni già messe in campo per attuare una manutenzione costante degli argini, potenziare il monitoraggio e la vigilanza idraulica e, anche alla luce del prezioso contributo che ci ha offerto la commissione, intensificare l’attività di controllo e contenimento degli animali. Lo staff tecnico istituito dal commissario Errani dopo l’alluvione è già al lavoro su questo”.