Non c’era sua maestà Elisabetta II ad accogliere i 198 corridori del Tour de France che hanno concluso con una drammatica volata la prima tappa dell’edizione 2014. Il favorito dello sprint, Mark Cavendish, nel tentativo di scrollarsi Simon Gerrans e reagire allo scatto di Peter Sagan, è caduto facendosi male alla spalla destra. La volata è stata vinta dal tedesco Marcel Kittel che lo scorso anno si era portato a casa quattro tappe, compresa l’ultima agli Champs Elysées e che al Giro d’Italia di quest’anno ne ha dominate due nella trasferta in Ulster e poi si è ritirato.

Tuttavia, in rappresentanza della Regina, c’erano i nipoti William&Harry. E la bella nuora Kate, elegante in un soprabito verde. William ama le due ruote: quelle a motore – possiede una potente Ducati. E la bici, che usa spesso, ma anche Kate pedala volentieri. Oggi i quotidiani inglesi scrivono con una certa – giustificata – enfasi che il Tour parte dal “regno della bicicletta”. Si sa che gli inglesi hanno inventato il concetto di sport: il football, il rugby, il tennis, il cross country sono frutto di una cultura agonistica che solo da pochi anni ha scoperto il ciclismo, al punto che oggi ci sono milioni di cicloturisti e milioni di appassionati. Ma non sono gli inglesi che hanno inventato il ciclismo. Tant’è che nell’anno dell’inaugurazione della straordinaria galleria sotto La Manica, quando il Tour fu trasportato dai convogli dell’Eurotunnel e approdò per la prima volta in Gran Bretagna, mi ritrovai a Londra e dintorni in un ambiente ancora indifferente ai miti e ai campioni delle due ruote; la carovana del Tour 1994 passava tra magre ali di folla, più curiosa che tifosa. Sette anni fa il Tour era partito addirittura da Londra. Però Bradley Wiggins e Christopher Froome erano degli sconosciuti. Nessun inglese avrebbe mai scommesso che nel giro di cinque anni “Wiggo” avrebbe vinto il Tour del 2012, primo britannico a riuscire nell’impresa. Imitato nel 2013 dal compagno di squadra Froome.

Oggi una marea di tifosi ha accompagnato i corridori lungo i 190 chilometri: mai così tanti, a dimostrare che i trionfi di Wiggins e Froome hanno dato agli inglesi il gusto della bici. E un’oceano di persone ha invaso Harrogate, all’arrivo, urlando di delusione e spavento per la caduta del beniamino di casa: mamma Cavendish ha casa (e terrazzino) proprio con vista sull’arrivo. Ma in compenso Christopher Froome ha addirittura partecipato allo sprint, che si è svolto in un rettilineo stretto e pericoloso, piazzandosi sesto. Dimostrazione di forza, potenza e sicurezza. Negli ultimi cinquanta chilometri Alberto Contador e Vincenzo Nibali si erano fatti vedere in cima al gruppo, mentre la Sky di Froome se ne stava nelle retrovie. Piccole, ma significative schermaglie: Christopher ha ribadito che è lui il padrone del Tour.

Quanto a Kittel, è la sua 54esima vittoria. Maglia gialla l’anno scorso in Corsica (vinse infatti anche lì la prima tappa da Porto Vecchio a Bastia), maglia gialla quest’anno. Se Cavendish continuerà il Tour, saranno duelli all’ultimo sangue. Mark ha vinto 25 tappe del Tour (la prima fu nel 2008), vuole raggiungere Eddy Merckx (34 successi). Domani, nove piccoli gran premi della montagna. Una tappa che è come una classica. Fabian Cancellara, che oggi ha tentato il colpaccio scattando a 800 metri dall’arrivo, è in gran forma: potrebbe essere lui il vincitore. Pure Peter Sagan, dei velocisti il più duttile. Si parte da York, si arriva a Sheffield, 201 chilometri e un tracciato per sabotatori, come dicono i francesi, “bien valloné”. Ah, dimenticavo. In corsa, oltre a Nibali, ci sono altri 16 italiani: tra loro, li scrivo in ordine sparso, Michele Scarponi che sarà la “spalla” di Nibali; il barbuto Luca Paolini, i velocisti Elia Viviani, Matteo Trentin e Sacha Modolo, lo scalatore Matteo Montaguti, il veterano Alessandro Petacchi (esordio moscio, purtroppo), e ancora Giovanni Visconti, Fabio Sabatini, Daniele Bennati, Matteo Tosatto, Marco Marcato, Daniel Oss, Matteo Trentin, Davide Cimolai, Alessandro De Marchi e Alessandro Vanotti.