Arresti arbitrari in massa, detenzioni illegali, orribili episodi di tortura e decessi in custodia di polizia hanno caratterizzato il primo anno dalla deposizione di Mohamed Morsi e causato, secondo Amnesty International, un profondo deterioramento della situazione dei diritti umani in Egitto.

Migliaia di persone sono state arrestate, anche se le cifre variano. Secondo dati ufficiali resi noti a marzo dall’Associated Press, nell’ultimo anno sarebbero almeno 16.000 (tra sostenitori di Morsi e attivisti di altri gruppi che esprimono dissenso verso il governo) le persone arrestate, mentre WikiThawra, un’iniziativa promossa dal Centro egiziano per i diritti economici e sociali, parla di almeno 80 persone morte in custodia di polizia e oltre 40.000 persone arrestate o incriminate tra luglio 2013 e metà maggio del 2014. Le denunce di torture e sparizioni forzate di persone detenute dalla polizia o dai militari sono a loro volta numerose.

Amnesty International ha raccolto prove schiaccianti sulla regolarità con cui la tortura viene praticata nelle stazioni di polizia e in centri non ufficiali di detenzione, soprattutto ai danni di membri e simpatizzanti della Fratellanza musulmana. A torturare sono le forze di polizia e i militari, anche all’interno di strutture dell’Agenzia per la sicurezza nazionale, in molti casi con lo scopo di ottenere confessioni o costringere i detenuti ad accusare altre persone.

Una delle testimonianze più sconvolgenti raccolte da Amnesty International è quella di M.R.S., uno studente di 23 anni arrestato a febbraio nella zona di Nasr City, al Cairo. Ha dichiarato di essere stato detenuto 47 giorni e ripetutamente torturato e stuprato durante gli interrogatori. È stato rilasciato in attesa di giudizio.

In un altro caso, Mahmoud Mohamed Ahmed Hussein, uno studente di 18 anni, è stato arrestato mentre tornava a casa, nel quartiere cairota di El Mareg, la sera del terzo anniversario della rivolta del 2011. Afferma di essere stato fermato perché indossava una maglietta col logo della “rivoluzione del 25 gennaio” e una sciarpa della campagna “Una nazione senza tortura”. È stato bendato e, dopo ore di pestaggi e scariche elettriche – anche sui testicoli -, costretto a “confessare” di possedere esplosivi e di far parte della Fratellanza musulmana. È tuttora in carcere.

“Giorno dopo giorno, emergono terribili resoconti di tortura. Le autorità si limitano a negare ogni episodio e sono arrivare al punto di affermare che le prigioni egiziane sono degli alberghi. Se vogliono salvare un minimo di credibilità, devono far cessare queste orribili pratiche immediatamente” – ha dichiarato Hassiba Hasj Sahraoui, vicedirettrice del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

Nell’ultimo anno, una serie di verdetti motivati politicamente ha fatto fare profondi passi indietro al sistema giudiziario egiziano. Le condanne a morte di massa, emesse al termine di processi gravemente irregolari nei confronti di imputati accusati delle violenze dell’agosto 2013, hanno messo in luce le enormi carenze della giustizia egiziana. In molti casi gli imputati non hanno potuto assistere al loro stesso processo e agli avvocati è stato più volte impedito di rappresentarli o di interrogare testimoni. Sono state inflitte condanne a morte anche a minorenni, in violazione delle leggi interne e delle norme internazionali che l’Egitto è obbligato a rispettare. In altri casi, imputati sono stati condannati a morte al termine di una sola udienza e senza beneficare del diritto alla difesa.

Secondo informazioni raccolte da Amnesty International, dal gennaio 2014 i tribunali egiziani hanno chiesto la pena di morte per 1247 imputati e l’hanno confermata in 247 casi.