“Ci aspettavamo la pena di morte per Morsi o altri leader del nostro movimento, ma non una condanna di questa portata per dei semplici sostenitori”. Islam Abdel Rahman, membro del comitato per gli affari esteri del partito dei Fratelli Musulmani, ha commentato così su Twitter la sentenza del tribunale di Minya che, dopo solo due udienze, ha condannato a morte 529 sostenitori del deposto presidente Morsi. Il verdetto, che resta la più grande condanna nella storia moderna egiziana, dovrà passare per la ratifica dell’autorità religiosa del Gran Mufti (il più alto ufficiale della legge islamica sunnita) che al momento sembra scontata. Ora l’unica possibilità resta l’appello della difesa e dunque un cambio della sentenza in secondo grado. Il processo è relativo all’uccisione nella cittadina dell’Egitto meridionale del vice comandante di una stazione di polizia durante gli scontri avvenuti nei giorni dopo lo sgombero del sit-in di Rabaa el Adaweya del Cairo lo scorso agosto.

Sono accusati della morte di un poliziotto, dei disordini avvenuti lo scorso agosto e di appartenere ad un’organizzazione terrorista. I condannati fanno parte di un totale di 545 imputati a processo per l’omicidio di un ufficiale di polizia, il tentato omicidio di altri due, l’assalto a una stazione di polizia e altri atti di violenza. Sedici sono stati giudicati innocenti. I fatti risalgono a violente dimostrazioni a seguito della repressione ad agosto scorso di un sit-in a sostegno del presidente deposto Mohammed Morsi al Cairo, in cui morirono centinaia di persone. In due precedenti udienze, gli avvocati difensori avevano lamentato di non aver avuto la possibilità di esporre le proprie motivazioni. Più di 150 imputati hanno affrontato il processo, mentre gli altri sono stati giudicati in contumacia.

Il caso getta nuove ombre sul ruolo della magistratura nella repressione contro tutte le forme di opposizione al governo guidato dai militari. “Non abbiamo avuto la possibilità di ascoltare nessun testimone e non abbiamo avuto il tempo di analizzare le carte”, spiega al fattoquotidiano.it Khaled el-Koumi, uno dei difensori degli imputati. Non è la prima volta che un processo si conclude in modo così affrettato. Alcuni mesi fa Ahmed Maher, leader del 6 aprile, è stato condannato a tre anni di carcere assieme ad altri due attivisti del suo movimento. Il sistema giudiziario egiziano, da sempre influenzato dai governi in carica in Egitto, è ormai un punto di forza fondamentale della macchina della repressione dei militari. Gli esempi si sprecano. Domenica un altro attivista rivoluzionario, Alaa Abdel Fattah è stato rilasciato su cauzione dopo essere rimasto in carcere per 4 mesi senza processo. Oggi, invece, si è tenuta la terza udienza per i tre giornalisti di Al Jazeera accusati di terrorismo. Altro episodio che segna un caso senza precedenti nella storia egiziana e continua a rappresentare una grave minaccia per la libertà di stampa. Nonostante l’interessamento del presidente Adly Mansour, che ha inviato una lettera alle famiglie di Peter Greste e Mohammed Fahmy, la corte ha negato il rilascio su cauzione.

Questo è il periodo peggiore per la storia egiziana – ha commentato Ahmad Soueif, avvocato fondatore del centro per la tutela dei detenuti politici e padre di Alaa Abdel Fattah. “Una cosa del genere non si era mai vista nemmeno sotto le precedenti dittature”. Seif ieri parlava dall’aula del tribunale dell’accademia di Tora al Cairo mentre aspettava la decisione della corte per suo figlio. Quell’aula polverosa e decadente che ieri ha ospitato il processo per Abdel Fattah, e oggi l’udienza per i giornalisti di Al Jazeera, esprime bene la condizione della magistratura egiziana. Indagini approssimative, perizie tecniche non confermate e decisioni clamorose sono ormai all’ordine del giorno mentre si cerca di confondere accuse criminali con accuse politiche. Secondo Seif, la strategia del governo guidato dai militari potrebbe durare sino alle prossime elezioni parlamentari.

“Se la vittoria alle presidenziali di Sisi (se si candiderà, non c’è ancora un annuncio ufficiale) è scontata – spiega Seif – la macchina della repressione dei militari punta a eliminare la crescita dei partiti politici che potrebbero prendere percentuali significative nel parlamento”. Secondo molti analisti, diversi magistrati starebbero infliggendo pene eccessive anche per accattivarsi la simpatia dei generali mentre il Ministro per gli affari esteri Nabil Fahmy non ha di certo dato prova di credibilità commentando “che la sentenza è stata emessa dopo un’attenta analisi del caso”. Intanto arrivano anche le prime reazioni delle associazioni dei diritti umani. Amnesty International ha definito il verdetto del tribunale criminale di Minya “una decisione grottesca”. “Le corti egiziane sono veloci a punire i sostenitori di Morsi”, ha affermato in un comunicato Hassiba Hadj Sahraoui, direttrice di Amnesty per l’Africa e il Medio Oriente. “Ma tutto questo è fatto ignorando le violazioni dei diritti umani perpetrate dalle forze di sicurezza egiziana”.