Mentre si consuma il braccio di ferro tra il governo argentino e i fondi “avvoltoi”, che vedrà una sua prima conclusione il prossimo lunedì 30 giugno, l’Argentina e i suoi cittadini si trovano a fare i conti con una situazione economica alquanto complicata. Per molti economisti di Buenos Aires però fare letteralmente “i conti” è molto difficile, in quanto manca la necessaria credibilità sulle stime e sui numeri che oggi circolano nel Paese. Partiamo, ad esempio, dall’inflazione. Il ministro dell’Economia Alex Kicillof per il mese di maggio ha indicato un’inflazione dell’1,4%. E secondo l’Istituto nazionale di statistica dall’inizio dell’anno l’aumento dei prezzi è stato del 13,5%. Fonti non ufficiali però ritengono che abbia sfiorato il 40%.

Non c’è accordo anche rispetto alla crescita economica, o meglio alla “decrescita”. Il Paese guidato da Cristina Kirchner è ufficialmente in recessione, dopo due trimestri di crescita negativa. Ma se le fonti ufficiali segnalano una contrazione dello 0,8% nell’ultimo trimestre del 2013 e dello 0,2% nel primo trimestre di quest’anno (secondo le stime diffuse la scorsa settimana), economisti come Daniel Artana, direttore della Fundación de Investigaciones Económicas Latinoamericanas, si dicono sicuri che l’economia stia crollando a un ritmo del 3% annuo. Mentre il suo collega Agustìn Monteverde in una recente intervista ha espresso molte perplessità relativamente al computo della bilancia commerciale per l’anno 2013. “Abbiamo una prima versione diffusa dall’Indec, abbiamo poi una seconda versione incredibilmente diffusa ancora dall’Indec, poi c’è una terza versione fornita dal Ministero dell’Economia e infine una quarta versione della Banca Centrale. A seconda di quella che viene scelta si può passare da un surplus commerciale di 9 miliardi di dollari a un deficit di oltre 2 miliardi di dollari”.

Rompere il termometro non è mai la soluzione della malattia. Ed è quello che sostiene ad esempio Adrian Ravier, docente argentino di macroeconomia presso la UFM del Guatemala, che punta il dito su un artificio contabile messo in atto dalla Casa Rosada. “La pressione tributaria – scrive Ravier – è la più alta della storia argentina, ma non riesce a coprire tutta la spesa pubblica. E il governo ha deciso di ignorare questa situazione, sommando alle entrate fiscali gli ingressi dell’Anses (l’Inps argentino, ndr) come se fossero imposte”.

Last but not least c’è la questione cambiaria, che si intreccia inevitabilmente con l’evoluzione della situazione relativa al debito e alle richieste degli holdouts. Su questo ilfattoquotidiano.it ha sentito Antonella Mori, docente di macroeconomia e scenari economici presso l’Università Bocconi e ricercatore presso l’Isla, Istituto di studi latino americani e delle economie in transizione. Secondo Mori, “se decidono di pagare vanno incontro a un’uscita di dollari molto superiore a quanto sostenibile per un Paese che ha fame di biglietti verdi. Il vincolo della disponibilità di risorse valutarie in dollari è quello più importante che ha avuto l’Argentina in questi ultimi anni, perché non può prendere a prestito sui mercati internazionali. Per questo Buenos Aires ha imposto molti vincoli ai cittadini e alle imprese: dal divieto di usare la carta di credito all’estero a quello di convertire pesos in dollari. Mentre gli importatori, per poter introdurre merci nel Paese, devono anche esportare in egual misura. Sono tutte misure per diminuire il più possibile la domanda di dollari in Argentina. E la diminuzione delle riserve ufficiali è un problema serio, visto che sono già bassissime”.

Staremo a vedere le decisioni che prenderà la Casa Rosada rispetto alle richieste del giudice Thomas GriesaA ogni modo Mori, tra i vari scenari che potrebbero configurarsi per il Paese sudamericano, indica una possibile via d’uscita che potrebbe mettere tutti d’accordo. “Alla fine di quest’anno decade una delle clausole della ristrutturazione (la Rufo – Rights Upon Future Offers, ndr) secondo cui ogni miglioramento delle condizioni rispetto alla proposta del 2005 e 2010 sarà estesa a tutti quelli che hanno aderito alla ristrutturazione. Per cui è possibile una trattativa con i fondi per arrivare alla fine del 2014 e poi rifonderli, magari un po’ meno, ma senza dover pagare anche tutti gli altri”.