Non è ancora entrata a regime la nuova riforma pensionistica varata dal governo tedesco che la Germania si ritrova a discutere dell’allarme pensioni. Dal primo luglio sarà in vigore il pacchetto di misure volute dalla ministra del lavoro, la socialdemocratica Andrea Nahles. Le novità principali riguardano le famiglie con figli, un cavallo di battaglia della cancelliera Merkel. Per le madri o i padri di bambini nati prima del 1993 la pensione vedrà uno scatto in avanti di quasi 29 euro mensili – che per i genitori residenti nei Länder all’est si riducono a 26,39. Un miglioramento ci sarà anche per quei lavoratori che hanno almeno 45 anni di contributi versati. Per loro sarà possibile andare in pensione a 63 anni anziché a 67 come previsto dalle norme attuali. In realtà, quest’ultima misura si rivela ampiamente al di sotto delle proposte che i socialdemocratici avevano avanzato nella ultima campagna elettorale. Non solo perché l’intento originario della Spd era di abbassare per tutti l’età pensionabile e non solo per alcune categorie, ma anche perché la stessa norma dei 45 anni di contributi verrà applicata in maniera molto severa. Gli anni eventuali di disoccupazione nei quali si percepiscono i sussidi statali non vengono conteggiati ai fini del calcolo degli anni di contribuzione.

La riforma ha ancor più sapore di beffa alla luce del recente scoop dello Spiegel. Secondo il settimanale tedesco il governo di Angela Merkel avrebbe in cantiere ben altre sorprese per gli aspiranti pensionati di domani. A giorni il ministro degli interni Thomas de Maizière dovrebbe presentare un piano strategico per far fronte all’invecchiamento demografico della popolazione. Alla lettera il dossier si limiterebbe a indicare alcuni valori generici: il sostegno alla famiglia, la tutela del lavoro, l’autonomia degli anziani, solidità delle finanze statali.

Ma i veri obiettivi del governo, secondo Der Spiegel, sono altri. La Germania ha il tasso di nascita più basso tra i paesi dell’Ue – che, complessivamente, non è che siano messi bene al riguardo. Cosa fare per il futuro? I governanti tedeschi avrebbero in mente due strade ma si guarderebbero bene dal discuterle pubblicamente. La prima consisterebbe nell’aprire ancora di più le porte all’immigrazione, in misura molto più massiccia di quanto non sia stato fatto finora. Nel 2050 gli stranieri in Germania dovrebbero toccare quota 14 milioni. Un passaggio obbligato visto che non c’è altro modo di allargare la base dei contribuenti in un futuro nel quale la quota di anziani pensionati a carico del sistema pensionistico aumenterà inevitabilmente. Sono gli effetti dell’onda lunga del baby boom. La generazione del dopoguerra, quella più consistente dal punto di vista numerico, si avvicina ormai alla soglia dei sessanta.

Ma ancor più “indicibile” – per gli effetti sull’opinione pubblica – è l’altra ipotesi messa in cantiere dai think tank del governo tedesco. Il vero obiettivo, sostiene lo Spiegel, è l’innalzamento dell’età pensionabile, dagli attuali 67 anni a ben 76. Ci avviciniamo, dunque, a uno scenario di (più o meno) arzilli ottantenni trattenuti al lavoro loro malgrado? Vista da questa prospettiva, i litigi in pubblico nella grande coalizione, tra la Cdu di Angela Merkel e la Spd, appaiono una beffa. Proprio il contrario di quanto il governo ha in mente. Ma “nessun politico naturalmente lo ammette perché la gente si spaventerebbe”, scrive lo Spiegel.

Stando alle statistiche, nel 1970 i nonni dei babyboomer andavano in pensione a 65 anni ed avevano dinanzi un’aspettativa di vita di tredici anni. Nel 2030, i loro nipoti avranno alla stessa età un’aspettativa di vita più lunga di dieci anni. Per riequilibrare i conti i piani segreti del governo prevederebbero perciò l’innalzamento secco dell’età pensionabile da 67 a 76. Per quanto riguarda invece l’immigrazione, l’obiettivo sarebbe quello di mantenere fino al 2050 l’attuale tasso di ingressi di stranieri, circa 400mila all’anno. Ma per riuscirci occorre escogitare nuove misure, sul modello di quanto già oggi stanno sperimentando i Paesi che nel mondo si confrontano con alti tassi di natalità, l’India o l’Africa, ad esempio. E, forse, non sarebbe male puntare a una terza ipotesi. Quella di investire nella qualità delle nostre produzioni, nella ricerca, nell’innovazione – in una parola, nell’aumento della produttività. L’unico modo per sostenere una società in cui la quota di occupati scende.