FecondazioneCi sono voluti dieci anni. Dieci anni di ricorsi ai tribunali, di sentenze della magistratura, di bocciature e di riscritture da parte della Consulta, fino all’ultima sentenza, le cui motivazioni sono state rese note martedì sera, che dichiara incostituzionale il divieto di fecondazione eterologa e di fatto smantella l’ultimo pezzo rimasto in piedi della legge 40.

Una legge oscurantista che ci ha messo per lungo tempo fuori dall’Europa, che ha costretto, chi poteva economicamente permetterselo, a viaggi all’estero per aggirarne i divieti, che ha pesato sul corpo di tante donne costrette a sottoporsi a numerosi e invasivi interventi a causa dell’assurdo divieto di produzione di più di tre embrioni.

Una legge che ha visto tante coppie costrette a ricorrere all’aborto per malformazioni del feto a causa del divieto di diagnosi preimpianto (anch’esso bocciato dai giudici).

Una legge contro la quale si erano schierati subito i Radicali, l’Associazione Luca Coscioni, i socialisti, Rifondazione comunista e l’Ivd, chiedendone nel 2005 l’abrogazione con un referendum. Non si raggiunse il quorum grazie a una campagna portata avanti dal Cardinal Ruini e dalla Cei, ma anche all’opposizione di una parte della Margherita, Rutelli in testa.

Vincoli, paletti, divieti. Questa era la legge 40: esattamente l’opposto di quello che chi legifera dovrebbe fare quando si tratta di temi eticamente sensibili. Ci hanno pensato i giudici a farli cadere uno dopo l’altro, fino alla dichiarazione di incostituzionalità di una legge che non garantisce alle coppie il diritto ad avere figli, una scelta che “costituisce espressione della fondamentale e generale libertà di autodeterminarsi”.

Le motivazioni della Corte mettono anche a tacere quanti, ipotizzando scenari apocalittici, hanno già invocato un nuovo intervento legislativo. Per la Consulta, infatti, non c’è nessun vuoto normativo e quindi non è necessario nessun intervento legislativo che rimetterebbe in piedi divieti e paletti.

Una legge, o meglio la modifica della legge, sarebbe servita prima. In tutti questi anni quando nelle precedenti legislature sono state presentate proposte in tal senso. L’ultima, quella presentata dalla collega Marzano che ho cofirmato, è dello scorso anno e non è mai stata calendarizzata.

Ancora una volta la politica è arrivata in ritardo e c’è voluto il brechtiano ‘giudice di Berlino’per supplire alle sue carenze.

E non abbiamo ancora vinto. Ho sentito già alcuni colleghi avanzare richieste di una regolamentazione e temo fortemente che se la discussione tornerà in Parlamento la battaglia sarà tutt’altro che facile.

Intanto nei centri di fecondazione assistita si sta verificando un vero e proprio boom di richieste per l’eterologa a dimostrazione che il Paese reale è molto più avanti delle aule parlamentari.

Più che a un intervento normativo bisognerebbe pensare a come garantire il rispetto della sentenza, consentendo di effettuare la fecondazione eterologa nelle strutture pubbliche di tutto il territorio, per evitare ulteriori e odiose discriminazioni.