Nascite al minimo storico da vent’anni a questa parte, 6,3 milioni di disoccupati, aumento dell’emigrazione, soprattutto per i giovani, che in quasi 100mila, negli ultimi cinque anni, hanno scelto di fuggire all’estero. Nello stesso periodo, i padri e le madri di famiglia disoccupati sono cresciuti di oltre mezzo milione di unità. E sempre più famiglie vedono nella madre l’unica “breadwinner”, cioè l’unica fonte di sostentamento. E l’Italia continua a essere uno dei paesi europei con maggiore divario nella distribuzione del reddito. I segnali di ripresa sono “deboli”: dal 2012 al 2013 un milione di famiglie è uscito dalla fascia di “grave deprivazione“, nella quale però permangono oltre 7 milioni di nuclei. E’ la fotografia del declino italiano scattata dal Rapporto annuale dell’Istat 2014, presentato oggi alla Camera dei deputati

“Dal rapporto emerge un’Italia in grande sofferenza a causa della crisi economica che ha messo a dura prova il tessuto sociale, alcuni dati sono impressionanti e ci lanciano un messaggio di allarme che dovrebbe indurre a dare risposte immediate”, ha commentato la presidente della Camera Laura Boldrini, a Montecitorio, nel corso della conferenza di presentazione del rapporto annuale.

NASCITE, 515MILA NEL 2013. Riguardo alle dinamiche demografiche, l’istituto registra il nuovo minimo storico per le nascite da quasi vent’anni. Nel 2013 si stima che saranno iscritti all’anagrafe poco meno di 515mila bambini, 12mila in meno “rispetto al minimo storico registrato nel 1995”. In cinque anni sono arrivate in Italia 64mila nascite in meno.

EMIGRATI IN 68MILA NEL 2012, +36% IN UN ANNO. E’ un vero e proprio boom di italiani che cercano fortuna all’estero. Nel 2012 – fa sapere l’Istat – gli emigrati erano 68mila, il 36% in più del 2011, “il numero più alto in 10 anni”. Nello stesso anno, oltre 26 mila giovani italiani (tra i 15 e i 34 anni) hanno lasciato il Paese, 10 mila in più rispetto al 2008, meno di quanti sono rientrati. Il rapporto Istat spiega che negli ultimi cinque anni se ne sono andati quasi 100 mila giovani, per l’esattezza 94mila. Il flusso di uscita dei laureati è di 6.340 unità, con un saldo di -4 mila 180 unità. Le mete di destinazione privilegiate sono Regno Unito, Germania (circa 900 emigrati in ciascun paese) e Svizzera (726). La crisi frena anche gli immigrati stranieri in Italia: nel 2012 gli ingressi sono stati 321mila, -27,7% rispetto al 2007. Aumenta invece il numero di stranieri che se ne vanno (+17,9%). 

GIOVANI: 1,8 MILIONI DI OCCUPATI IN MENO IN CINQUE ANNI. Del resto sono proprio i giovani i più colpiti dalla crisi. I 15-34enni occupati diminuiscono, fra il 2008 e il 2013, di 1 milione 803 mila unità, mentre i disoccupati e le forze di lavoro potenziali crescono rispettivamente di 639 mila e 141 mila unità. ll tasso di occupazione 15-34 anni scende dal 50,4% del 2008 all’attuale 40,2%, mentre cresce la percentuale di disoccupati (da 6,7% a 12%), studenti (da 27,9% a 30,7%) e forze di lavoro potenziali (da 6,8% a 8,3%). Le differenze di genere sono importanti: il tasso di occupazione è al 34,7% tra le donne e raggiunge il 45,5% tra gli uomini.

NORD-SUD, IL DIVARIO DEGLI UNDER 35. Per quanto riguarda i giovani tra i 15 e i 34 anni, anche i divari territoriali sono marcati: al Nord il tasso di occupazione è pari al 50,1% (-12,1 punti percentuali dal 2008), contro il 43,7% del Centro (-10,4 punti) e il 27,6% del Mezzogiorno (-8,4 punti). Le differenze territoriali sono importanti anche per le quote di disoccupati (15,3% nel Mezzogiorno contro 9,3% nel Nord) e di forze di lavoro potenziali (14,3% contro 4%). Sempre nel Mezzogiorno è leggermente più elevata la quota di studenti (32%, contro il 31,4% del Centro e il 29,3% del Nord). Tra quanti vivono ancora con i genitori, la percentuale di disoccupati e forze di lavoro potenziali diminuisce al crescere del titolo di studio dei genitori (12,3% tra i figli di laureati e 37,7% tra i figli di genitori con al più la licenza elementare).

DISOCCUPAZIONE, 6,3 MILIONI DI “POTENZIALI IMPIEGABILI”. Il numero dei disoccupati in Italia è raddoppiato dall’inizio della crisi. E in quasi 7 casi su 10 l’incremento è dovuto a quanti hanno perso il lavoro. Cresce anche la disoccupazione di lunga durata che raggiunge il 56,4% del totale (dal 45,1% del 2008). Tra disoccupati e persone che vorrebbero lavorare in Italia si contano 6,3 milioni di senza posto. Nel 2013 ai 3 milioni 113mila di disoccupati si aggiungono 3 milioni 205mila forze lavoro potenziali, ovvero gli inattivi più vicini al mercato del lavoro. Si arriva così a oltre 6 milioni di individui che l’Istat nel Rapporto annuale definisce “potenzialmente impiegabili”. L’Istat fa anche sapere che aumentano gli scoraggiati (1 milione 427 mila). Guardando ai giovani, nel 2013 tra i ragazzi tra i 15 e i 29 anni che né lavorano né studiano, i cosiddetti Neet, sono 2 milioni 435 mila, in aumento di 576mila rispetto al 2008. Alzando l’asticella agli under35, l’Istat fa notare come nei 5 anni di crisi gli occupati in questa fascia d’età siano scesi di 1 milione 803 mila.

LA CRISI COSTA IL POSTO A MEZZO MILIONE DI GENITORI. E’ “particolarmente grave l’incremento dei genitori disoccupati”, rileva il Rapporto Istat 2014. Tra il 2008 e il 2013 si registra un rialzo di 530mila tra padri (+303mila) e madri (+227mila) disoccupati. Guardando alle mamme, quelle che vogliono lavorare, considerando pure le forze lavoro potenziali, sono 1milione 767mila.

E LE DONNE DIVENTANO “BREADWINNER”. Aumentano le famiglie con donne ‘breadwinner’, ovvero quelle in cui la donna è l’unica ad essere occupata: sono il 12,2% delle famiglie, erano il 9,4% nel 2008. Quelle con il breadwinner uomo sono il 26,5% (stabile rispetto a cinque anni prima). Tra il 2008 e il 2013 le famiglie in cui l’unico occupato è una donna sono aumentate di 591mila unità (+34,5%), superando i 2,3 milioni.

REDDITO, DISUGUAGLIANZE RECORD. In generale, sottolinea l’Istat, “l’Italia è uno dei paesi europei con la maggiore disuguaglianza nella distribuzione dei redditi primari, guadagnati dalle famiglie sul mercato impiegando il lavoro e investendo i risparmi”. Inoltre, “nonostante l’intervento pubblico operi una redistribuzione dei redditi di mercato di apprezzabile entità, non inferiore a quella dei paesi scandinavi, in Italia il livello di disuguaglianza rimane significativo anche dopo l’intervento pubblico”.

CRISI, “DEBOLI SEGNALI POSITIVI”. La morsa della crisi, però, nel 2013 pare attenuarsi: la quota di persone appartenenti a famiglie in condizioni di “grave deprivazione” scende al 12,5%, pari a 7,6 milioni di individui, dal 14,5% del 2012, corrispondente a 8,7 milioni. L’Istituto di statistica parla di “deboli segnali positivi”. Ma nel 2013 sono 2 milioni le famiglie (con almeno un 15-64enne) senza occupati e pensionati da lavoro, a cui si aggiunge un’altra area di disagio fatta da famiglie composte da più persone, ma rette solo da una pensione da lavoro. Sommando i gruppi emergono 3 milioni di famiglie che potrebbero essere in difficoltà, dove nessuno lavora. 

INFLAZIONE ALL’1,2% PER DEBOLEZZA DELLA DOMANDA. Rispetto ai dati macroeconomici, nel 2013 l’inflazione è calata nettamente, in un quadro caratterizzato dal perdurare della fase di recessione economica e di debolezza della domanda di beni di consumo. Il tasso si è più che dimezzato, scendendo all’1,2% dal 3% del 2012. La fase di rallentamento dell’inflazione è proseguita nel 2014. 

PIL 2013, MENO 1,9%. CALO ANCHE NEL 2014. Nel 2013, il Pil si è contratto nuovamente (-1,9%), riportando il livello dell’attività economica leggermente al di sotto di quello del 2000. Nel quarto trimestre si è registrato un timido segnale di ripresa economica dopo nove trimestri consecutivi di contrazione dell’attività (+0,1% su base congiunturale). Tuttavia, la stima flash relativa al primo trimestre del 2014 ha evidenziato una nuova flessione.