La prima stima del Pil del primo trimestre dell’Eurozona, che ha mostrato una crescita dello 0,2% a fronte di attese doppie, è stata una doccia gelata per alcuni paesi, ma si caratterizza anche per una variabilità e disomogeneità ben più elevate del solito, che quindi richiedono cautela nell’analisi. In alcuni casi, così come accaduto per gli Stati Uniti, hanno influito le condizioni meteo del periodo. La Germania, ad esempio, ha fatto lievemente meglio delle attese, segnando un più 0,8% a fronte di attese per un più 0,7%, grazie soprattutto al rimbalzo dell’attività nel settore delle costruzioni, agevolata dal clima mite, che ha consentito l’avvio di un maggior numero di nuovi cantieri. Per l’identico motivo l’Olanda, con una contrazione trimestrale di ben l’1,4%, è stata duramente colpita dal vero e proprio crollo di consumi domestici ed esportazioni di gas naturale. Discorso in parte simile per il Portogallo, che ha subito un fermo imprevisto delle proprie raffinerie.

Il rallentamento italiano spiegato con il bel tempo
Riguardo il nostro paese, i dati Istat della prima stima, a meno 0,1% contro attese poste a +0,2%, sono assai poco utili per trarre inferenze. Nel commento del nostro istituto di statistica, che utilizza la tripartizione “classica” tra agricoltura, industria e servizi, si parla solo di un “andamento negativo” nella generazione di valore aggiunto da parte della seconda. Ciò sembra in contrasto con i sondaggi congiunturali sui livelli di attività manifatturiera degli ultimi mesi, che hanno visto il nostro paese in buon recupero. L’enigma potrebbe essere risolto considerando che nel primo trimestre dell’anno la nostra produzione industriale ha segnato un andamento negativo a causa della vistosa contrazione della componente energia, mentre la manifattura ha confermato la ripresa. Sembra quindi che anche da noi le condizioni climatiche miti del primo trimestre abbiano influito negativamente sull’attività economica. A conferma indiretta di tali ipotesi possiamo citare le trimestrali non particolarmente brillanti delle municipalizzate italiane quotate, tutte caratterizzate da deterioramento dei conti rispetto alle attese a causa dei minori volumi venduti nel comparto energia e riscaldamento.

Le revisioni della prima stima di Pil aiuteranno a fare chiarezza: non bisogna impiccarsi al singolo dato, esercitandosi spesso in bizzarre divinazioni. Gli americani, un po’ più analitici e pragmatici di noi, hanno un modo di dire molto efficace, riferito ai mercati finanziari ma applicabile all’economia reale: non sovrainterpretare i dati. Ma resta vero che la “ripresa” italiana semplicemente non esiste.

Sarebbe sicuramente ingeneroso imputare al governo Renzi (in carica per meno della metà del periodo), l’ambiguo dato di Pil del primo trimestre. Di certo, parlando di forzature interpretative, nelle scorse settimane abbiamo visto numerose cheerleader del premier esibirsi in fantasiose causalità tra la presunta scossa di fiducia e l’andamento (ad esempio) di dati manifatturieri che semplicemente ci mettevano in linea col resto dell’Eurozona. Ma tant’è, in questo paese vige la regola del pensiero magico in politica, quello per cui le correlazioni diventano immediatamente rapporti di causa ed effetto, buoni per un dibattito politico che, dopo aver toccato il fondo, ha cominciato a scavare vigorosamente tra vivisezioni canine, dittatori-mostri del passato, dentiere ai pensionati e pensioni alle casalinghe e imponenti riforme strutturali che sinora vivono solo nella mente di chi le ha proposte. 

Mercati nervosi in attesa della bolla cinese
La congiuntura globale appare ancora molto fragile. Il nervosismo dei mercati finanziari, con i maggiori indici azionari che da inizio anno sono cresciuti mediamente poco, si alimenta della perdurante incertezza sul rischio che la Cina veda lo scoppio della sua bolla creditizia ed immobiliare. Vi sono poi aree di crisi regionale come quella ucraina, in cui l’Europa potrebbe essere risucchiata. Il recente, forte, ribasso dei rendimenti sui titoli governativi degli Stati Uniti, malgrado la Federal Reserve stia progressivamente rimuovendo lo stimolo monetario non convenzionale e si discuta sulla data di avvio del rialzo dei tassi ufficiali, indica che il mercato sta diventando progressivamente scettico circa la possibilità di una ripresa vibrante. Da uno scenario base che potrebbe quindi diventare di crescita molto anemica, o da quello negativo che vede un crash cinese o altri eventi sistemici, il nostro paese avrebbe solo da perdere. Già oggi la stima di una nostra crescita reale dello 0,8% e nominale dell’1,7% è posta a serio rischio. In condizioni di bassa crescita del Pil, reale e (soprattutto) nominale, l’andamento del nostro rapporto di indebitamento rischia di andare fuori controllo. Gli investitori internazionali, che sinora sono accorsi a comprare attivi italiani, potrebbero scoprire che esiste un rischio di sostenibilità del nostro debito, invertendo drammaticamente la tendenza. Se ciò accadesse, potrebbe rendersi necessario un programma di assistenza sovranazionale del tutto simile ai memorandum utilizzati per Grecia, Portogallo ed Irlanda, magari nella nuova forma di “accordo contrattuale bilaterale” con la Commissione di Bruxelles. Stiamo camminando su un sentiero molto stretto, sarebbe utile averne consapevolezza, ad ogni livello.

Da Il Fatto Quotidiano di mercoledì 21 maggio 2014