Senza protezione Francesco è arrivato in Terrasanta. Ha rifiutato papamobile e auto blindate. Negli spostamenti tra la folla userà una jeep scoperta. Comincia così – disarmato – un viaggio difficile. Perché nella regione mediorientale, dove il conflitto siriano divampa ancora, il terrorismo jihadista è più vitale che mai e in Israele sono sorti gruppi fondamentalisti estremamente aggressivi per i quali lo scrittore Amos Oz ha trovato l’eloquente definizione di “neonazisti ebrei”, tale è il loro delirio di supremazia che li ha portati nelle settimane passate a imbrattare di scritte violente i muri di case, chiese e moschee. Si aggiungano i siti “cristiani”, che ovunque vomitano insulti contro il pontefice argentino, il quadro è completo.

Francesco è il quarto papa che arriva in Giordania, Israele e Palestina. Dopo Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. I luoghi sono gli stessi – Amman, Gerusalemme, Betlemme – ma ogni volta gli accenti sono diversi. Questa visita porta nel programma un dettaglio rilevante. Oltre ai reali di Giordania e il presidente e il premier israeliani, il Papa renderà visita al “presidente dello Stato di Palestina”. È il segno della svolta realizzatasi rispetto all’ultima visita di un papa.

I palestinesi sono riconosciuti dal Vaticano e dalla grande maggioranza delle nazioni del mondo come Stato. Un paese occupato, ma uno Stato. Alla luce del fallimento cui il governo israeliano (anche per il suo rifiuto di porre le frontiere del 1967 come base di un onesto negoziato) ha portato le trattative iniziate sotto la spinta degli Usa, il dettaglio del protocollo vaticano sembra inverare la profezia del segretario di Stato americano John Kerry secondo cui l’intransigenza di Netanyahu gradualmente porterà Israele all’isolamento. Francesco non vuole dare al viaggio un segno prevalentemente politico.

Gli incontri istituzionali, che avrà, sono dovuti e il Papa coglierà l’occasione di illustrare la posizione della Santa Sede in favore di una pacifica convivenza tra stato palestinese e stato israeliano. Ma l’obiettivo del pellegrinaggio è di riprendere il dialogo ecumenico, commemorando lo storico incontro tra Paolo VI e il patriarca ecumenico Atenagora nel 1964, che l’anno seguente portò alla cancellazione delle reciproche scomuniche del 1054. Una tappa fondamentale del movimento ecumenico, alimentato dal concilio Vaticano II. Francesco e il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, intendono rilanciare l’avvicinamento tra Chiesa cattolica e Chiese ortodosse. Nel marzo 2013 Bartolomeo I è stato il primo patriarca ecumenico ad assistere all’inaugurazione di un pontificato. Adesso spiega all’agenzia religiosa Asia News che “servono risposte comuni per le sfide e le tragedie che colpiscono tutto il mondo cristiano, senza distinzione confessionale”. Francesco vedrà Bartolomeo quattro volte durante la sua sosta a Gerusalemme. Prima a quattr’occhi, poi pregheranno insieme al Santo Sepolcro, quindi ceneranno con tutti i patriarchi delle varie confessioni cristiane e infine i due leader religiosi si incontreranno un’ultima volta presso la Chiesa ortodossa “Viri Galileai” lunedì.

L’intensità di incontri rivela la comune volontà di compiere passi avanti in direzione di un futuro legame ecumenico tra le due Chiese. Tra l’altro, dopo decenni di difficoltà interne, il mondo ortodosso si sta impegnando nella preparazione di un concilio panortodosso (da tenersi forse nel 2016). Dovrebbe essere l’occasione di un “aggiornamento” del mondo ortodosso così come fu per i cattolici con il Vaticano II.Francesco renderà visita anche ai due Gran Rabbini d’Israele e al Gran Muftì di Gerusalemme, ma dall’Argentina si porta con sé due amici personali: il rabbino Abraham Skorka e l’esponente musulmano Omar Abboud, ex segretario del Centro islamico di Buenos Aires. Quasi a dimostrare che lui pratica il dialogo interreligioso da decenni, ben prima di essere eletto.

Ma anche  per stemperare le istanze politiche di parte, che i suoi interlocutori potrebbero avanzare. A Gerusalemme il Papa si recherà anche a rendere omaggio alla tomba di Theodor Herzl, il fondatore lungimirante del movimento sionista che alla fine ha riportato gli ebrei alla loro patria dopo il dramma della Shoah. Un gesto di particolare sensibilità da parte del pontefice argentino. Nulla di nuovo, invece, sul piano dei rapporti bilaterali tra Santa Sede e Israele. Si attende qualche proposta per l’uso del Cenacolo, l’edifico medievale dell’ultima Cena. Ma il rabbino di Roma Di Segni avverte che la questione è molto complessa. Ancora niente di fatto sull’accordo fiscale e sugli enti giuridici cattolici, a cui Israele si era impegnato nel 1993. “Manca poco”, dicono i ben informati. In realtà, “manca poco” da anni e anni. Nel tirare in lungo con vari pretesti la controparte israeliana è imbattibile. Francesco, tuttavia, notoriamente è poco appassionato a questioni del genere. Lui cerca il contatto con i popoli e i (variamente) credenti.

Dal Fatto Quotidiano del 24 maggio 2014