Il sangue di un organismo giovane può rallentare l’invecchiamento in un adulto, con effetto rigenerante su muscoli, cuore e cervello. Una sorta di fonte della giovinezza, dalla quale però in questo caso non zampillerebbe acqua. Detto così, può sembrare un po’ macabro e richiamare alla mente note pellicole sui vampiri. Ma a sostenerlo sono alcuni importanti team di ricerca americani di Harvard, Stanford e dell’University of California, San Francisco in tre studi preliminari sui topi, due su Science e il terzo su Nature Medicine, pubblicati nei giorni scorsi indipendentemente gli uni dagli altri, ma che giungono alle medesime conclusioni.

La ricetta è in apparenza semplice. Basta iniettare in topolini vecchi di due anni, all’incirca pari ai 70 di vita di un essere umano, sangue di animali di un paio di mesi di età, per vederli riacquistare la vitalità perduta e tornare a correre attorno alle ruote senza stancarsi. A scapito proprio dei topolini più giovani che, invece, in seguito al salasso manifestano un peggioramento delle proprie attività motorie. “Le patologie legate all’invecchiamento rappresentano una delle principali sfide per la medicina del futuro, considerando che la popolazione anziana è in continuo aumento – sottolinea l’italiano Francesco Loffredo, dell’Harvard stem cell institute di Boston, tra gli autori dei due studi di Science -. Il fatto che il processo di senescenza di alcuni tessuti possa essere regolato da sostanze naturali circolanti nel sangue, come dimostrato dai nostri studi e altri correlati, è una novità importante”.

Ma può un semplice trasferimento di sangue invertire, o perlomeno rallentare, le lancette dell’orologio biologico? Secondo gli esperti, che da anni studiano le proprietà terapeutiche del sangue giovane, non solo è possibile, ma esiste già un primo indiziato del fenomeno. Il principale candidato al ruolo di possibile elisir di giovinezza è una proteina del plasma, un fattore di crescita noto come GDF11 (Growth Differentiation Factor 11), in grado, secondo gli scienziati, di rivitalizzare le cellule staminali dell’ospite, inducendole a rimpiazzare quelle logorate dal tempo. “Nel sangue sono presenti parecchi fattori che hanno la capacità di aumentare l’attività rigenerativa dei tessuti – sottolinea Massimiliano Cerletti, tra gli autori con un altro gruppo di Harvard di uno dei due studi di Science e ora in forze all’University college London -. Alcuni di essi sono già stati identificati, ma il GDF11 è uno dei primi di cui è stato approfondito l’effetto”. 

Un effetto ringiovanente che, come dimostrano proprio le ultime ricerche, è piuttosto diffuso. Coinvolge, infatti, non solo il tessuto cardiaco – secondo quanto inizialmente dimostrato in uno studio di Harvard pubblicato lo scorso anno su Cell, di cui Loffredo è primo autore – ma anche quello muscolare e nervoso. “La scoperta che questo fattore di crescita agisce su tessuti diversi da quello cardiaco è stata una grossa sorpresa – ammette Loffredo -. Il grande interesse suscitato dai risultati di queste ricerche è dovuto anche alla possibilità di cambiare gli effetti dell’invecchiamento di un tessuto attraverso una modifica dello stato di senescenza delle cellule staminali già presenti nell’individuo, piuttosto che tramite il trasferimento di cellule provenienti da un altro organismo più giovane. È facile immaginare – sottolinea lo studioso campano – come questo possa risolvere molti dei problemi etici e biologici legati proprio all’uso delle staminali”.  

Il gruppo dell’Harvard stem cell institute ha studiato come cambiano con l’età le cellule staminali del tessuto muscolare, e ha scoperto che il sangue di giovani topolini è in grado di contrastare gli effetti del tempo. “Durante l’invecchiamento – spiega Cerletti – si assiste a un rallentamento della riparazione dei tessuti a causa proprio di un’alterata funzionalità delle staminali e a una diminuzione dei fattori di rigenerazione”. Il declino delle staminali muscolari è stato analizzato anche da un gruppo di ricerca della Stanford University, di cui fa parte l’italiana Ermelinda Porpiglia. “Confrontando le cellule nei muscoli di topi giovani e adulti abbiamo scoperto che in questi ultimi due terzi delle staminali non funzionano più in modo corretto. In questo modo – afferma la studiosa – siamo riusciti a identificare e superare un difetto legato proprio all’invecchiamento delle cellule”. 

Ma gli effetti rigeneranti non si limitano ai soli muscoli. Dopo aver iniettato il singolo fattore di crescita, isolato dal plasma, in topolini adulti ogni giorno per un mese, i ricercatori di Harvard hanno riscontrato un aumento del 50% del volume dei vasi sanguigni del cervello e un incremento del numero di staminali cerebrali del 29%, a beneficio soprattutto dell’area subventricolare, quella deputata all’olfatto. “Questi risultati sono sorprendenti. Tuttavia, restano ancora tante le cose che non conosciamo. Su tutte – spiega Loffredo – come mai negli individui più adulti decrescono i livelli di questa proteina, il suo preciso meccanismo d’azione e, soprattutto, i suoi effetti a lungo termine sull’organismo”. 

Anche un altro gruppo di Stanford, della School of medicine, si è concentrato sugli effetti positivi nel cervello. Dopo otto iniezioni di plasma di un topolino di tre mesi ha, infatti, osservato negli animali di 18 mesi di vita un aumento del 20% dei dendriti, le propaggini che consentono ai neuroni di creare connessioni multiple con le cellule circostanti. Il risultato è stato un miglioramento delle capacità cognitive degli animali adulti, i cui cervelli appaiono come ricaricati dal sangue fresco, in particolare nella regione dell’ippocampo, sede dei processi di memorizzazione e delle emozioni, la stessa severamente colpita dall’Alzheimer. 

All’indomani della pubblicazione degli studi americani non mancano i commenti improntati allo scetticismo, che provano a mettere in guardia dai pericoli connessi al risveglio delle cellule staminali. “Il rischio – sottolinea, ad esempio, dalle colonne del New York Times Irina Conboy, che insegna bioingegneria all’University of California, Berkeley – è quello di una crescita incontrollata e di un sensibile aumento dell’incidenza di tumori”. 

Le speranze nei progressi della medicina rigenerativa tendono, comunque, a prevalere nelle ultime ore. Soprattutto una, che la versione umana del fattore di crescita dei topi, o molecole analoghe, possano avere il medesimo effetto ringiovanente. “La versione umana di questo fattore proteico esiste – precisa Cerletti -. I risultati degli ultimi studi sono importanti perché possono portare, non solo allo sviluppo di farmaci contro l’invecchiamento, e quindi alla possibilità di rallentarne il processo, ma anche aprire nuovi scenari per applicazioni e studi terapeutici per le patologie neurodegenerative”. Ne sono convinti gli scienziati di Stanford che, dopo i risultati positivi osservati sull’ippocampo, stanno già pensando di effettuare entro l’anno i primi test clinici sull’uomo, iniettando plasma di giovani donatori in buona salute in alcuni individui malati di Alzheimer. “Parlare di elisir di giovinezza è, secondo me, ancora prematuro – precisa Loffredo -. Tuttavia, i risvolti terapeutici potenziali di queste scoperte sono indubbiamente enormi, soprattutto se consideriamo che per patologie come alcuni scompensi cardiaci o neurodegenerative al momento non esistono terapie efficaci. Chiaramente occorreranno anni prima di avere una terapia che possa essere applicata all’uomo. Ci vorrà ancora tanta ricerca ma – aggiunge lo scienziato campano – io sono molto ottimista. Certo, mi piacerebbe poter tornare a svolgere questi studi in Italia, da cui mi sono allontanato per seguire la mia passione per la ricerca. Sarebbe bello – ammette Loffredo – essere accolti a braccia aperte dopo anni passati negli Stati Uniti, che hanno beneficiato fino ad ora della formazione che ho avuto nel mio Paese. Ancora una volta voglio essere ottimista. Spero non rimanga solo un sogno. E che la classe politica, che è sempre l’espressione della popolazione di un Paese, riesca finalmente a comprendere – conclude lo studioso di Harvard – l’importanza della formazione e della ricerca, se si vuole davvero essere competitivi”. 

Il primo studio su Science

Il secondo studio su Science

Lo studio su Nature Medicine