Il vero pericolo non sono i terremoti: è l’energia che non vediamo arrivare: perché il Sud Italia resta a rischio
Non è tanto il numero di terremoti a indicare quanto un territorio sia pericoloso, ma quanta energia si accumula e come viene rilasciata nel tempo. È da qui che parte lo studio sulla pericolosità sismica dell’Italia meridionale promosso dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv): un lavoro che ribalta una percezione diffusa e riporta l’attenzione su un dato meno intuitivo ma decisivo.
Negli ultimi anni i terremoti registrati sono aumentati, ma questo non significa che il sistema si stia “sfogando”. Al contrario, l’analisi, che mette insieme sismicità storica e dati moderni, mostra che la maggior parte dell’energia continua a essere rilasciata da eventi rari ma di grande magnitudo. Il passato dell’Italia meridionale è segnato da pochi terremoti devastanti; il presente, più “rumoroso” dal punto di vista sismico, è fatto soprattutto di eventi medio-piccoli che non modificano il quadro energetico complessivo. Come chiarisce Fabio Florindo, la crescita del numero di eventi osservati è legata soprattutto alla qualità delle reti di monitoraggio, non a un cambiamento sostanziale del comportamento del sistema.
C’è poi un altro elemento che complica la lettura: la sismicità profonda. Il terremoto del 10 marzo 2026 nel Tirreno meridionale, a oltre 400 chilometri di profondità, rientra in questa categoria. Si tratta di eventi che liberano energia ma che, proprio per la profondità, producono effetti limitati in superficie. Anche questi, però, entrano nel bilancio complessivo e contribuiscono a definire un sistema sismico articolato, in cui fenomeni diversi convivono e si sovrappongono. Il punto, però, è che la pericolosità da sola non basta a spiegare il rischio. Le grandi città del Sud Italia restano esposte perché il costruito è spesso vulnerabile e la densità abitativa è elevata. È qui che si concentra il vero problema: la combinazione tra pericolosità, vulnerabilità ed esposizione. Come ricorda Domenico Patanè, è questa combinazione a determinare gli effetti reali di un terremoto, più ancora della sua magnitudo.
Da questo quadro nasce anche un cambio di approccio. Non si tratta più solo di studiare i terremoti, ma di capire in anticipo quali effetti produrranno. Le nuove reti sismiche urbane e i sistemi di monitoraggio in tempo reale servono esattamente a questo: trasformare i dati in indicazioni operative nel giro di minuti. La cosiddetta rapid loss estimation — la stima veloce di danni e impatti — è uno degli strumenti su cui si sta lavorando di più, perché consente di orientare subito le decisioni della protezione civile. È lo stesso terreno su cui si muove il progetto europeo GOBEYOND, che porta a Napoli, il 21 e 22 aprile, ricercatori, istituzioni e operatori per mettere alla prova queste tecnologie. Il workshop, ospitato dall’Università degli Studi di Napoli Federico II, usa i Campi Flegrei come caso studio: un’area in cui sismicità, vulcanismo e dinamiche del suolo convivono e rendono evidente quanto sia necessario un approccio integrato.
Secondo Aldo Zollo, che da anni lavora sui sistemi di allerta, la sfida è proprio questa: passare dalla misura del fenomeno alla previsione dell’impatto. Oggi è tecnicamente possibile stimare in pochi minuti non solo dove è avvenuto un terremoto e quanto è stato forte, ma anche quante persone potrebbero essere coinvolte e quali aree potrebbero subire i danni maggiori. Il problema non è tanto scientifico quanto operativo: integrare questi strumenti nei meccanismi decisionali e renderli davvero utilizzabili.
Il confronto con altri Paesi è inevitabile. In Giappone, negli Stati Uniti o in Messico i sistemi di early warning sono già parte della gestione ordinaria del rischio. In Europa il livello della ricerca è alto, ma manca ancora il salto verso un utilizzo su larga scala, frenato da questioni infrastrutturali e di governance. Il messaggio che arriva dallo studio è quindi piuttosto netto: il fatto che negli ultimi anni non si siano verificati grandi terremoti non deve essere letto come un segnale rassicurante. Il potenziale sismico dell’Italia meridionale resta lo stesso. E, se cambia qualcosa, è piuttosto la nostra capacità — ancora parziale — di leggere il fenomeno in tempo reale e trasformare questa conoscenza in azione. È lì che si gioca davvero la partita, molto più che nel conteggio degli eventi registrati ogni anno.
Emanuele Perugini