di Luigi Pandolfi
www.economiaepolitica.it , 10 maggio 2014

Che nell’ideologia del rigore oggi dominante nel processo di costruzione europea ci fosse una componente “moralistica”, per non dire addirittura religiosa, l’avevamo capito da un pezzo. Dietro la partizione dell’Unione in paesi “virtuosi” e paesi “spreconi” c’è sempre stata, al di là del dato economico e finanziario in senso stretto, un’idea del debito come “colpa”, da espiare anche al costo di veri e propri supplizi (Grecia docet).

Non fa difetto, in questo quadro, il lessico utilizzato per definire strategie, programmi, clausole e parametri in cui si sostanziano da qualche anno a questa parte le politiche di austerity. Ne è dimostrazione  il nuovo strumento che potrebbe essere adottato per il conseguimento degli obiettivi del Fiscal Compact, il cui nome da questo punto di vista è molto eloquente: Fondo Europeo di Redenzione (Erf). Si avete letto bene: “redenzione”. E sì, perché se il debito costituisce un peccato, la risposta può essere o quella della comminazione della pena o quella del perdono. Stando alla parola, in questo caso si dovrebbe pensare alla seconda ipotesi, ovvero ad una cancellazione, totale o parziale, del debito (rimetti a noi i nostri debiti…). Ma è proprio così? Vediamo di capirci qualcosa.

Com’è noto nel mese di gennaio del 2012 il Consiglio europeo approvava il nuovo Patto di bilancio, meglio conosciuto come Fiscal compact. È anche abbastanza noto, ormai, che questo trattato, ratificato dal Parlamento italiano nel mese di luglio dello stesso anno, prevede, oltre all’obbligo del pareggio di bilancio in termini strutturali, anche l’abbattimento dell’eccedenza del debito sopra il 60% del Pil. Più precisamente esso dispone che gli Stati con debito superiore al 60% del prodotto lordo si impegnino a ridurlo a un ritmo soddisfacente, definito come una riduzione annua di 1/20 dell’eccedenza, registrata nel corso degli ultimi tre anni, tenendo conto dell’incidenza del ciclo economico.

C’è un dibattito aperto sull’entità delle manovre annue necessarie per rispettare tale impegno. In ogni caso, anche qualora non si trattasse dei 50 miliardi all’anno di cui spesso si è parlato, saremmo pur sempre in presenza di un marchingegno micidiale per la tenuta della nostra economia e dei nostri livelli di welfare. Una cosa è certa, comunque: subito dopo la sua adozione, qualcuno, a Berlino, ha pensato che alla possibile inadempienza di qualche paese “sprecone” si dovesse rispondere con un meccanismo più o meno automatico di esecuzione dei suoi obblighi.

Ecco allora che già nel mese di luglio del 2012 (il 2 per la precisione), sulla base di una proposta elaborata del Consiglio degli esperti economici della Cancelleria tedesca Angel Merkel (German Council of Economics Expert) già oggetto di risoluzioni approvate dal Parlamento di Strasburgo, la Commissione europea incaricava un Comitato di esperti composto da 11 membri, tutti economisti, per valutare i requisiti legali e le conseguenze finanziarie della creazione di un fondo nel quale far confluire le eccedenze di debito dei paesi dell’Eurozona. Lo scorso mese di marzo, questa equipe guidata dall’ex banchiera centrale austriaca Gertrude Trumpel-Gugerell ha terminato i suoi lavori, approvando l’idea originaria degli esperti tedeschi di dare vita ad un Fondo Europeo di Redenzione, ovvero l’Erf, acronimo di European Redemption Fund.

Entriamo nel merito. Il meccanismo dovrebbe funzionare a grandi linee in questa maniera: gli stati che aderiranno al progetto andranno a conferire in un fondo unico europeo una quota del proprio debito corrispondente alla parte di esso eccedente il 60% del Pil. Il fondo, a sua volta, trasformerebbe i titoli nazionali in titoli europei, emettendo sul mercato nuove obbligazioni per una durata massima di 20-25 anni, che, con ogni probabilità, potranno godere di tassi più bassi rispetto a quelli di molti paesi della periferia.

Ma va là, direbbe subito un osservatore esperto: la Germania si sarebbe piegata all’esigenza degli eurobond? Be’, detta così parrebbe proprio di sì. Purtroppo non si è né in presenza di una moratoria sul debito, né di una condivisione dello stesso attraverso gli eurobond. Entrando nel dettaglio della proposta, infatti, le insidie (o la perfidia) si intravedono immediatamente. In cambio dell’alleggerimento del proprio debito, i paesi contraenti dovrebbero dare “in pegno” al nuovo fondo i propri asset nazionali, le loro riserve auree e valutarie, perfino una quota del proprio gettito fiscale, la cui esazione avverrebbe direttamente ad opera del fondo. Più precisamente dal gettito fiscale degli stati partecipanti ogni anno sarebbe effettuato un prelievo automatico pari a 1/20 del debito conferito al fondo di “redenzione”.[1]

Se finora in Italia, a proposito della nuova governance europea, abbiamo parlato di “cessione di quote di sovranità”, con accento negativo o positivo a seconda del tasso di europeismo che c’è in ciascuno di noi, con l’adesione ad un simile progetto consegneremmo direttamente il Paese nelle mani di strutture burocratiche slegate da qualsivoglia controllo democratico. Nel concreto, stando alla grandezza della nostra eccedenza di debito (circa 1.200 miliardi di euro, oltre il 70% del Pil), sia il prelievo fiscale (automatico), sia la liquidazione, anche parziale, degli asset messi a garanzia (es: le partecipazioni statali in Eni, Finmeccanica, Poste, Enel, ecc.) avrebbero proporzioni ed effetti insostenibili per il sistema paese.

Mediobanca ha stimato che nei primi anni di attività del fondo, circa l’8% delle nostre entrate fiscali verrebbe ad essere assoggettato al meccanismo di “redenzione”. Mentre il nostro patrimonio pubblico, a mo’ di pegno, rischierebbe di essere svenduto, senza controllo, in ogni momento.

Per dire se questa prospettiva si tramuterà in realtà bisognerà attendere le prossime elezioni europee e il rinnovo dei vertici delle istituzioni di Bruxelles. Intanto dobbiamo prendere atto che un apposito comitato, su incarico della Commissione europea, ha esperito il suo lavoro, dando il via libera al progetto. E ad ogni modo, qui, a dispetto della terminologia utilizzata, più che di fronte ad una “redenzione del peccato” saremmo in presenza di un’esecuzione implacabile della pena.

[1] Fonte: Camera dei Deputati (http://www.camera.it/leg17/481)