In Spagna Vox a un passo dalla scissione: tra i postfranchisti rissa su soldi e potere. I dissidenti: “Purghe peggiori di Stalin”
La destra spagnola si scopre più fragile di quanto appaia. A meno di un anno dalle ultime grandi prove elettorali, Vox — principale forza dell’ultradestra iberica — è attraversato da una crisi interna che potrebbe sfociare in una vera e propria scissione. Al centro dello scontro c’è la leadership di Santiago Abascal, contestata da un gruppo di ex dirigenti e fondatori guidati da Alejo Vidal-Quadras.
Il prossimo 20 giugno, a Madrid, questo fronte critico terrà una riunione politica — ribattezzata “Barajas II” — con l’obiettivo dichiarato di costruire “un’alternativa”. Non si tratta più, dunque, di una semplice corrente interna: gli organizzatori parlano apertamente di un nuovo progetto politico, segnando una rottura quasi definitiva con la struttura attuale del partito.
Le accuse: “Un gruppo di interesse economico”
Le critiche mosse dagli ex dirigenti sono pesanti. Secondo il manifesto diffuso in vista dell’incontro, Vox avrebbe smesso di essere un partito politico per trasformarsi in un “gruppo di interesse economico”: una struttura che gestisce risorse e potere in modo opaco, punendo con espulsioni e sanzioni chi solleva dubbi sulla gestione interna.
Nel mirino c’è soprattutto la concentrazione di stipendi e risorse nella cerchia ristretta della dirigenza. Abascal, oltre allo stipendio da deputato, percepisce compensi legati al partito e al gruppo parlamentare, mentre — denunciano i dissidenti — una quota significativa di fondi verrebbe distribuita senza criteri trasparenti. A ciò si aggiunge il trasferimento di milioni di euro verso la Fondazione Disenso, think tank vicino al partito. Numeri che sembrano arrivare ai centinaia di migliaia di euro come stipendio per un portavoce di un partito che è comunque al 16%. Per Vidal-Quadras si tratta di una “deriva autoritaria”, in cui “una piccola élite decide in modo dittatoriale”. Parole che segnano un punto di non ritorno: l’ipotesi di una rifondazione interna viene ormai esclusa.
Epurazioni e pubbliche accuse
La tensione non si limita alle accuse politiche, ma si traduce in un conflitto diretto ai vertici. L’episodio più significativo riguarda Javier Ortega Smith, storico dirigente del partito ed ex portavoce nel Comune di Madrid. Vox ha confermato la sua espulsione definitiva dopo aver respinto il ricorso presentato contro il provvedimento disciplinare. La decisione, ratificata dal Comitato esecutivo nazionale, chiude ogni spazio interno di difesa e apre la strada a un contenzioso giudiziario: Ortega Smith ha già annunciato che porterà il caso in tribunale, definendo la sua espulsione “illegale” e una violazione dei diritti fondamentali.
Alla base dello scontro c’è il rifiuto di lasciare la guida del gruppo municipale prima della fine del mandato, prevista nel 2027. La dirigenza ha interpretato questa posizione come un atto di disobbedienza grave, portando prima alla sospensione e poi all’espulsione. L’ex dirigente ha reagito con toni durissimi, parlando di una “purga peggiore di quelle di Stalin” e denunciando anche presunte fughe di informazioni nel suo procedimento disciplinare. Dal canto suo, Vox difende la decisione come necessaria per “preservare la coerenza del progetto”, sostenendo che tutto si sia svolto nel rispetto delle regole interne.
Non si tratta però solo di uno scontro interno ai vertici. Il clima di conflitto si riflette anche all’esterno del partito. A Barcellona sono comparsi manifesti polemici contro il segretario generale Ignacio Garriga e il capogruppo regionale Joan Garriga. I due erano rappresentati con dei simboli di dollari sugli occhi, e con scritto “i miglior alleati del Partito Socialista”. I cartelli sono firmati da un presunto gruppo chiamato Vox Jovenes. A queste accuse, la reazione del partito è stata immediata: la dirigenza ha annunciato azioni legali contro i responsabili, parlando di una campagna di diffamazione e attribuendone la possibile origine ad ambienti socialisti o indipendentisti. Vox ha inoltre precisato che “Vox Jóvenes” non è un’organizzazione ufficiale, sottolineando come l’episodio si inserisca in un contesto già segnato da forte conflittualità. Ma resta evidente che dentro alcuni settori ci sia sempre piú un malessere rispetto alla gestione economica del partito, soprattutto in molti settori anche giovanili. Il malcontento, infatti, non è isolato. Negli ultimi mesi diverse figure di primo piano hanno preso le distanze dalla leadership, denunciando la mancanza di democrazia interna. Tra questi anche ex dirigenti che chiedono la convocazione di un congresso straordinario. Secondo i promotori della riunione di giugno, l’attuale direzione non solo avrebbe tradito i principi originari liberal-conservatori, ma finirebbe persino per favorire indirettamente la stabilità del governo guidato dal socialista Pedro Sánchez.
Un futuro incerto per la destra spagnola
Nonostante divisioni e polemiche, Vox continua a rappresentare una forza rilevante nel panorama politico spagnolo. Il partito nacque come scissione del Partito Popolare durante il governo di Mariano Rajoy, in risposta a una linea ritenuta troppo morbida sull’unità nazionale, in particolare rispetto all’indipendentismo catalano.
Da allora, tre fattori principali hanno alimentato il suo consenso: il conflitto territoriale con Catalogna e Paesi Baschi; la reazione al movimento femminista; il tema dell’immigrazione, in un contesto di crescente pressione sui servizi pubblici. A questi si aggiunge un diffuso malcontento sociale, soprattutto nelle periferie urbane e nelle aree rurali, dove il partito ha progressivamente consolidato la propria base elettorale.
La crisi interna arriva però in un momento delicato. I legami internazionali con figure come Donald Trump pesano oggi più che in passato, mentre alcune scelte strategiche — come la prudenza nell’entrare nei governi regionali — hanno deluso parte dell’elettorato. Senza contare la sconfitta di Victor Orban, che in passato ha sempre dato un importante sostegno a Santiago Abascal, riduce gli alleati internazionali dell’estrema destra spagnola.
Resta il fatto che le condizioni che hanno favorito l’ascesa di Vox — polarizzazione politica, tensioni territoriali e sfiducia nelle istituzioni — non sono scomparse. Ed è proprio su questo terreno che il partito continua a competere, soprattutto contro un Partito Popolare che fatica a riconquistare pienamente la leadership del centrodestra. La riunione del 20 giugno potrebbe quindi segnare non solo una scissione, ma l’inizio di una nuova fase nella destra spagnola: più frammentata, ma non necessariamente più debole.