“Vi piace che il Giro d’Italia del 2014 cominci in Irlanda del Nord?”, chiedono ai radioascoltatori quelli di RadioUno. Macché: l’80 per cento dice di no, avrebbe preferito una partenza tricolore. “Almeno così ci avrebbero messo a nuovo le strade” spiega uno di loro. Perché questo succedeva: che lungo il tracciato del Giro l’asfalto era ancora fresco di bitume appena posato, le buche coperte, i marciapiedi risistemati…Dimenticatevelo: il fatto è che per ospitare la partenza di un Giro ci vogliono almeno 5-600mila euro e i municipi sono in bolletta, soprattutto le grandi città. O trovi uno sponsor davvero generoso, o rinunci. Se poi scovi l’Irlanda dove le tasse sono sensibilmente meno pesanti che da noi, gli sponsor ci vanno a nozze… Dunque, per mere ragioni alimentari, il Giro d’Italia numero 97 ricomincia la sua avventura per l’undicesima volta all’estero.

Quest’anno è il turno di Belfast, e la prima tappa è l’ormai banale cronometro a squadre, spettacolare ma in fondo abbastanza inutile. E’ solo una vetrina promozionale. D’altra parte, l’itinerario accontenta la pro loco, il via è dal museo del Titanic, l’arrivo è posto alla Donegall Square North. Nessun palpito scuote chi ama il ciclismo. Una passerella per gli occhi dei residenti e delle tv. Il pedaggio ormai obbligato altrimenti niente quattrini. Quanto ai numeri, ventidue squadre e 198 corridori di trenta nazionalità diverse, ma sono solo sette i Paesi che hanno più di una dozzina di concorrenti in gara. Compresi tre irlandesi, dell’Irlanda non Gran Bretagna. Semmai, il pensiero di chi non racconta soltanto di mozzi e telai, dovrebbe riandare a ben altri avvenimenti, assai più sanguinosi di una pur durissima corsa a tappe, mica tanto tempo fa: spesso e volentieri chi andava in bici ai tempi della guerriglia veniva fermato dalle pattuglie della polizia o delle milizie, spesso le strade di Belfast erano teatro di agguati, imboscate, battaglie.

Come vedete, il linguaggio dei conflitti armati è lo stesso dei conflitti agonistici… L’IRA giusto vent’anni fa, il 31 luglio del 1994, annunciò la completa cessazione di tutte le operazioni militari e quattro anni dopo si arrivò alla firma del Belfast Agreement. Quell’anno il Giro fu vinto dal russo Evgenij Berzin, il primo del suo Paese, tre anni appena dopo il crollo dell’Urss. Oggi, con il crollo di mille speranze e un’Italia boccheggiante, abbiamo una corsa con abbrivio remoto, ed audience in calo. Come in calo sono le pendenze, che poi fanno tendenze ciclisticamente parlando: ci sono 3mila metri di ascese in meno rispetto all’ultima edizione. Pure il lotto dei favoriti è abbastanza ristretto, come lo sono le tasche degli italiani – s’intende, quelli che non appartengono alla numerosa ed esosa classe dei tangentisti Expo e dei reduci di Mani Pulite.

Anzi, il migliore del bigoncio è un rampante (in ogni senso, specie quando le strade s’impiccano a cielo) che l’anno scorso stava per vincere il Tour de France, un colombiano di ventiquattro anni di nome Nairo Quintana, scalatore piccoletto ma gambe al fulmicotone. Ha reso difficile il Tour di Chris Froome. Con la penultima tappa che si conclude in cima allo Zoncolan, la salita più drammatica di questo Giro 2014, sembra gli abbiano disegnato la corsa rosa per farlo vincere. Al Tour qualcuno dei big della corazzata british Sky, il Manchester City del ciclismo, ha gioito per la scelta (tattica? O opportunistica?) di Quintana. E anche il nostro Vincenzo Nibali, che ha vinto lo scorso anno, ma non aveva avversari capaci di contrastarlo in montagna… I suoi avversari più gettonati hanno dalla loro l’esperienza, per dirla così, insomma, sono dei vecchioni.

Cadel Evans ha trentasette anni e tre mesi. Joaquim Rodriguez ne ha trentaquattro suonati, come il nostro Michele Scarponi. In mancanza d’altro, c’è chi ha intervistato Damiano Cunego, trentadue anni, che nel 2004 vinse il Giro a sorpresa e con il cipiglio del predestinato. Dicono stia bene. Miracolo sulle due ruote? Abbiamo in gruppo pure il vegliardo Alessandro Petacchi, quarantant’nni, lo Zanetti del manubrio. Ha vinto ventisette tappe in volata, cinque gliele hanno tolte per un affare di doping (salbutamolo, nel 2007). C’è un nugolo di giovani in attesa di farsi spazio. Viviani, che al Giro di Turchia ha battuto allo sprint due volte Cavendish. Boem, che nelle classiche del Nord si è messo in luce. Moser, il nipote di Francesco, in gran spolvero. Il sardo Aru, promettente scalaore. Senza dimenticare la melassa che ci verrà propinata perché questo Giro cade nel decennale della tragica scomparsa di Marco Pantani. Corsi e ricorsi, o meglio corse e ricorse del ciclismo, sport che ha il volto della cultura popolare. Infine, speriamo. Che i corridori siano in forma. E non in farma(cia).