La sottosegretaria di Stato per lo Sviluppo economico Simona Vicari (Nuovo Centro Destra, ex Pdl) non dev’essere particolarmente angosciata dagli indici di crescita dell’economia italiana, visto che trova il tempo per occuparsi personalmente dell’arredamento del suo ufficio al ministero. Peccato che l’architetto Vicari (sottosegretaria già con Letta) i quadri non se li porti da casa, né li commissioni (a sue spese) a giovani artisti italiani: il che sarebbe già un piccolo contributo personale allo sviluppo economico nazionale. No, la sottosegretaria ha buon gusto: i quadri preferisce farseli dare dai musei dello Stato. E il peggio è che al ministero per i Beni culturali le hanno pure detto di sì.

Con una lettera del 2 aprile, il segretario generale del Mibact, l’architetto Antonia Pasqua Recchia, ha infatti risposto alla richiesta di “poter disporre, in comodato d’uso, di quadri per il Suo ufficio nella sede del ministero per lo Sviluppo economico”, assicurando di aver “interessato il soprintendente del Polo museale di Roma, dottoressa Daniela Porro”, e invitando la Vicari a “contattare la dottoressa Porro per concordare un incontro al fine di definire i possibili beni da conferire in comodato”. A sua volta, la soprintendente di Roma ha girato la lettera a tutti i direttori dei musei statali romani: che avrebbero ben altro da fare che star dietro alle smanie faraoniche del politico di turno. A breve, dunque, la sottosegretaria potrà fare il suo corroborante shopping (virtuale, s’intende) di quadri nei musei di tutti noi.

Considerare il patrimonio culturale pubblico come un magazzino di meravigliosi arredi a costo zero è un vizio antico dei politici e degli alti burocrati italiani. L’ex ministro Massimo Bray aveva chiesto di fare un censimento delle infinite opere d’arte date in comodato agli enti più disparati: perché, sembrerà strano, non sappiamo esattamente cosa abbiamo disseminato in ambasciate, prefetture, ministeri, province e chi più ne ha più ne metta. L’obiettivo di Bray era quello di fermare l’emorragia, e cominciare a riportare le opere nei rispettivi musei. Ma, evidentemente, dopo la fine di quella parentesi riformatrice, i vizi antichi hanno ripreso vigore. E così nessuno, nel ministero di Dario Franceschini, ha trovato opportuno dire garbatamente di no.

C’è da augurarsi che ora si trovi il modo di invertire la rotta: perché già si sente parlare di spostamenti ben più inquietanti. Pare, infatti, che abbia ripreso quota l’idea demenziale di portare all’Expo niente meno che i delicatissimi Bronzi di Riace, appena faticosamente ricollocati nel Museo di Reggio Calabria.

Spostare le opere d’arte del passato come inerti pedine al servizio dell’ambizione politica o della mera rappresentanza è uno sbaglio, perché esse sono preziosi testi in copia unica che non devono rischiare di essere esposti in luoghi non attrezzati a tutelarli: si ricorderà che in occasione dell’ultimo Natale un esuberante assessore provinciale milanese, Roberto Cassago, ha sfondato una tela del Settecento con un tappo di spumante. Ottimo motivo per arredare gli uffici delle amministrazioni con qualcosa di meno prezioso. In più, i quadri, gli arazzi e le sculture che escono dai musei e dai loro depositi escono anche dai radar della ricerca e della conoscenza: è come se togliessimo di proposito altre tessere al mosaico già provato del nostro patrimonio artistico. E senza un motivo che non sia la vanità piccolo-borghese dei nostri politici.

Senza dire che, dopo l’articolo 9 della Costituzione, il patrimonio non legittima più il potere dei governanti, ma rappresenta la sovranità di tutti i cittadini: ed è per questo che i quadri devono stare nei musei, che sono la casa di tutti e a tutti sono accessibili. Trattare il patrimonio pubblico come un benefit da dirigente aziendale e i soprintendenti come arredatori: siamo molto lontani dall’idea di politica come servizio. Anche da questo punto di vista, il governo di Matteo Renzi non cambia verso.

Da Il Fatto Quotidiano del 11 aprile 2014