Si sa: prevedere è difficile, soprattutto il futuro. Ma l’impressione è che, negli anni della crisi, sia diventato impossibile. L’ultimo esempio viene dal dato sulla disoccupazione. Nel 2014 salirà, ma non oltre il 12,4%, prevedeva l’Istat nel novembre 2013. D’accordo il governo, con l’allora ministro del Lavoro Enrico Giovannini. Peccato che l’istituto di statistica abbia appena comunicato che il tasso è già al 13%, un nuovo massimo storico. Ci vorrebbe un miracolo perché entro fine anno cali tanto da riportare la media vicino alla percentuale prevista solo pochi mesi fa. A poco vale la dichiarazione di Giuliano Poletti, per il quale “il dato è assolutamente allineato alle previsioni”: vero è che le coop, mondo da cui il titolare del Lavoro e delle politiche sociali proviene, a metà febbraio hanno avvertito che i loro livelli occupazionali si ridurranno per la prima volta dopo dieci anni di crescita, ma nei loro conteggi non c’è traccia di quel 13% . Non se lo aspettava nessuno, pare: non l’istituto di ricerca Prometeia, che lo dava a non più del 12,5%, né il Cnel nel suo rapporto di consenso preparato dalla stessa Prometeia insieme a Centro Europa ricerche e Ref ricerche. Per non parlare della Banca d’Italia, che nel Bollettino del 17 gennaio scriveva che la percentuale dei senza lavoro avrebbe toccato il 12,8% quest’anno per portarsi al 12,9% solo nel 2015. Vedremo se farà la stessa fine anche l’auspicio-previsione (le due cose sembrano sempre più intercambiabili) di Matteo Renzi, che dopo aver definito “sconvolgente” il dato Istat ha assicurato che “nei prossimi mesi o nei prossimi anni torneremo sotto la doppia cifra”.

Da governo, Istat e società di ricerca private arriva una raffica di cifre previsionali ottime per i titoli dei giornali. Peccato che sempre più spesso siano smentite dal dato consuntivo, che immancabilmente è peggiore delle attese. Basta guardare come è andata per un altro dato cruciale, quello sull’andamento del Pil: sempre nel novembre dello scorso anno l’ex ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, accreditava per il 2014 una crescita dell’1,1% e inseriva fiducioso quella stima nella Legge di stabilità, liquidando, sul filo del cavillo (“Differenze metodologiche”), la smentita della Ue che, in linea con l’Istat, prevedeva un più modesto +0,7%. Salvo poi precisare: “Il nostro era un obiettivo”. Non raggiunto, perché oggi è chiaro che aveva ragione la Commissione. Che peraltro – corroborata dall’Fmi – ha recentemente limato la previsione di rialzo allo 0,6%, poco sopra i calcoli delle agenzie Moody’s e Standard&Poors. Resta la consolazione di essere finalmente “usciti dal tunnel”, evento preannunciato da almeno due anni se vogliamo risalire solo al governo Monti. Ma la luce in fondo a quel tunnel la distingueva già, con vista lunghissima, il ministro del Lavoro dell’ultimo governo Berlusconi, Maurizio Sacconi, che nel settembre 2009 parlava con disinvoltura di segnali di ripresa e “inizio del dopo crisi”.

Qual è il problema? L’incertezza dominante fa brancolare nel buio anche i previsori?  “Il fatto è”, spiega Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma, “che questo ciclo recessivo senza precedenti ha dilatato i tempi necessari perché un miglioramento degli indicatori qualitativi si traduca in un effettivo aumento dell’attività economica. Penso al clima di fiducia delle imprese e dei consumatori, che è in salita ormai dal secondo trimestre 2013. Cosa che di solito anticipa di poco la ripresa. Invece il Pil si è sì risollevato, ma di pochissimo (+0,1%) e solo nel quarto trimestre”. Insomma: molti indicatori che un tempo erano considerati buoni previsori oggi funzionano poco e male. “Perché riflettono degli umori degli operatori e delle imprese più forti, mentre non registrano, per esempio, le chiusure: se un’azienda “muore”, il mese successivo gli intervistatori non fanno altro che sostituirla con un’altra nella rilevazione”. In tempi in cui ogni giorno oltre 500 attività imprenditoriali abbassano per sempre le saracinesche, questo fa la differenza. Passando al dato dell’1 aprile sulla disoccupazione, com’è possibile che nessuno abbia immaginato questa fiammata? “Prevedere il tasso è difficilissimo, perché oltre alle intenzioni delle aziende e alle tendenze demografiche occorre considerare anche i comportamenti delle persone senza lavoro: quanti lo cercheranno? Quanti entreranno nel gruppo degli scoraggiati?”. Nel dubbio, si preferisce la prudenza: tra i due estremi della “forchetta” di stima si prende il più ottimistico. Quanto, poi, alle previsioni dei policy maker, per ovvi motivi fare la tara è d’obbligo. Per un bagno di realtà c’è sempre tempo.