Il commissario per la revisione della spesa pubblica ci riprova. Anche al Governo Renzi, Carlo Cottarelli propone, fra i metodi per risparmiare denaro, anche la riforma della Motorizzazione Civile e dell’Aci, che già appariva nel suo programma di lavoro all’epoca del Decreto del Fare del Governo Letta. Lo spreco individuato dal commissario (e noto da decenni) risiede nell’esistenza di due enti diversi – Motorizzazione Civile e Aci – che tengono due registri differenti – archivio dei veicoli e pubblico registro automobilistico – emettendo due differenti documenti – carta di circolazione e certificato di proprietà – per ogni singola auto in circolazione.

Di questo inutile e costoso doppione si parla da sempre come di uno dei peggiori esempi dell’esasperante burocrazia italiana. Per ogni singola operazione – per esempio l’immatricolazione di un’auto o la rottamazione – l’automobilista deve avere a che fare con entrambi gli enti e pagare due volte, 9 euro di diritti di motorizzazione al Ministero, e 27 euro al Pra. Nel 2007 era stata avanzata una richiesta di referendum per abrogare il pubblico registro, che fu però dichiarata inammissibile dalla Corte costituzionale. Soltanto nel 2014, all’interno della legge di stabilità approvata lo scorso autunno, è finalmente apparsa l’adozione di “misure volte all’unificazione, in un unico archivio telematico nazionale, dei dati concernenti la proprietà e le caratteristiche tecniche dei veicoli attualmente inseriti nel pubblico registro automobilistico e nell’archivio nazionale dei veicoli”. Per ora, però, non si sono ancora visti risultati concreti: entro il 1° marzo, il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti avrebbe dovuto individuare il modo per procedere all’accorpamento dei due registri, ma il governo è cambiato – il ministro dei Trasporti no, è sempre Maurizio Lupi – e del regolamento attuativo ancora nessuna traccia.

Ora c’è da capire chi gestirà questo nuovo “unico archivio telematico nazionale”. C’è da scommettere che l’Aci non vorrà mollare l’osso e farà di tutto per non essere esclusa. Nel 2012, la Corte dei Conti ha fatto le pulci alla gestione dell’Aci, rilevando infatti che ben il 70% delle entrate correnti del 2010, ultimo anno analizzato, derivavano proprio dalla gestione del Pra: 235,3 milioni di euro su 336,6. A queste entrate se ne aggiungevano un altro 11% (circa 36 milioni di euro) derivanti dalla gestione delle tasse automobilistiche. Nel bilancio 2012 gli equilibri sono leggermente cambiati, ma il Pra rappresenta ancora il 66% delle entrate.

L’Aci ha 106 uffici provinciali in cui lavorano circa 3.100 dipendenti, e circa un milione di soci, meno del 3% degli automobilisti italiani. A differenza della Motorizzazione civile – anch’essa più di cento uffici e tremila dipendenti – che fa parte del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, l’Aci è per definizione un “ente pubblico non economico senza scopo di lucro” e le sue funzioni spaziano dalla federazione sportiva nazionale alle attività turistiche, dall’educazione sulla sicurezza stradale alla riscossione, per delega dello Stato, dell’Ipt e delle tasse automobilistiche. Sotto il cappello dell’Automobile Club d’Italia, inoltre, operano una miriade di società controllate, fra cui per esempio Sara Assicurazioni, Aci Vallelunga, Aci Informatica, Radio Traffic. L’indennità annua del presidente, l’ingegnere Angelo Sticchi Damiani, è stata di 264 mila euro nel 2013, quella dei tre vicepresidenti 106 mila euro l’uno. A questi si aggiungono un segretario generale, Ascanio Rozera (72 mila euro) e una settantina di dirigenti, pagati fra i 43 e i 55 mila euro. Nel 2010, la Corte dei Conti ha rilevato per i dipendenti, nel loro complesso, una spesa di circa 180 milioni di euro. Non a caso il carrozzone dell’Aci è in perdita: sul bilancio 2012, ultimo disponibile, si legge che a causa della crisi del mercato dell’auto, che ha ridotto proprio i ricavi relativi alla gestione del Pra, l’Aci ha perso 28,7 milioni di euro