Famiglie che hanno in tasca immobili per 6 miliardi di sterline, cioè 7 miliardi di euro. Ancora: ricchi indiani che hanno fatto fortuna comprando le industrie dell’acciaio in Russia, subito dopo il collasso dell’Unione Sovietica. Poi, imprenditori degli articoli sportivi, nati in famiglie poverissime ma diventati ricchi, ricchissimi. Sta destando scandalo, nel Regno Unito, lo studio diffuso da Oxfam, enorme associazione di volontariato impegnata nel sociale. Secondo la ricerca, le cinque più ricche famiglie britanniche hanno più soldi del 20% della popolazione del Regno Unito, quella a più basso reddito, cioè 12,6 milioni di persone.

Mentre questi inglesi svantaggiati detengono, in totale, 28,1 miliardi di sterline, le cinque famiglie britanniche più fortunate dal punto di vista finanziario hanno al momento in dote 28,2 miliardi di sterline. “Ora il governo di Cameron introduca una wealth tax (patrimoniale, ndr) e smetta di tagliare il welfare”, ha commentato un portavoce di Oxfam, “altrimenti qui la situazione diventa esplosiva”. I nomi vengono fatti, chiaramente. Prima famiglia in classifica è quella del Duca di Westminster, che detiene 7,9 miliardi di sterline, migliaia di ettari di terreno (edificabile e già edificato) e partecipazioni in aziende di ogni tipo. Padrino di battesimo anche del principino George, il Duca di Westminster possiede una buona fetta del centro di Londra, una rendita che procurerà profitti ipoteticamente per sempre. Poi la famiglia dei fratelli Reuben, 6,9 miliardi di sterline, una carriera costruita grazie alle amicizie russe – e agli investimenti in quel Paese – e al supporto del partito conservatore britannico.

Seguono gli Hinduja, un gruppo di fratelli da 6 miliardi di sterline, banche, finanziarie e persino una residenza a Londra valutata 300 milioni di sterline, più di 350 milioni di euro. La famiglia Cadogan, con “soli” 4 miliardi possiede la parte più ricca dei ricchissimi quartieri di Kensington e Knightsbridge, mentre infine, ultimo in classifica, Mike Ashley, diventato quello che è grazie a una catena di articoli sportivi a basso costo e alla squadra di calcio del Newcastle. Intanto, nelle stesse ore, un’altra associazione rivela qualcosa di ancora più sorprendente. Uno studio dell’Equality Trust, un thinktank progressista, ha stabilito in 39 miliardi di sterline, più di 45 miliardi di euro, il costo sociale dell’ineguaglianza nel Regno Unito.

Più o meno quanto speso, ogni anno, dal ministero della Difesa di sua maestà, una cifra enorme dovuta a una salute precaria di chi è povero, al crimine commesso, al costo del welfare che si rende necessario e soprattutto, in termini percentuali, ai problemi di salute mentale che impattano per ben 25 miliardi di sterline all’anno sull’economia britannica. Il Regno Unito quindi come un Paese sempre più polarizzato dall’ineguaglianza, dice il trust, il cui capo Duncan Exley ha commentato: “Non abbiamo bisogno di grandi rivoluzioni o di grandi manovre per ridurre questa ineguaglianza. Anche un aumento degli stipendi di poche centinaia di sterline grazie all’adeguamento al costo della vita potrebbe migliorare tantissimo la vita di milioni di persone. Eravamo un Paese avanzato come la Svezia – ha proseguito – e ora la situazione è cambiata in modo drammatico. Basti pensare a Londra, dove la maggior parte della gente non potrà mai comprarsi una casa, mentre ci sono tanti altri che di case se ne possono permettere addirittura tre a testa”. Legato alla povertà, chiaramente, l’incremento di infezioni come la tubercolosi, come l’ultimo rapporto di Medici senza frontiere ha rivelato. In particolare, Londra pare essere la capitale europea di questa malattia, con 681 casi di Mdr-Tb (tubercolosi resistente ai farmaci) registrati nel 2012 e ben 3.500 casi di tubercolosi in generale. Secondo le statistiche, solo la metà dei malati di Mdr-Tb riesce a sopravvivere, un dato allarmante in una città come Londra, dove le condizioni di vita sono precarie soprattutto in quartieri a forte immigrazione come quelli dell’est della capitale. Medici senza frontiere ha così chiesto “uno sforzo internazionale”.