Native digitali: così sono chiamate le reti comparse con la digitalizzazione e la relativa moltiplicazione dell’offerta televisiva. Sono canali nuovi, sbucati nell’etere quasi all’improvviso, senza un passato a cui far riferimento. E questo è un bene, perché possono sperimentare linguaggi e tendenze, al di fuori di schemi e generi ormai triti e ritriti. E’ un dato di fatto: se si vuole capire in che direzione stia andando la televisione, bisogna avventurarsi col telecomando nella selva dei canali a due cifre, arrivando in territori che per una buona fetta di pubblico sono ancora inesplorati.

Chi si spinge per esempio fino al canale 52, s’imbatte in DMax, interessante per più d’un motivo. Anzitutto è uno dei più recenti in assoluto. E’ stato infatti lanciato dal gruppo Discovery nel novembre 2011 e ha quindi poco più di un paio di anni di vita alle spalle. In secondo luogo, per il tipo di pubblico a cui si rivolge. Se infatti canali per un target prevalentemente femminile se ne contano ormai a iosa (per citarne solo alcuni: Real Time, La5, La7d, Lei, Fox Life…), DMax punta con decisione ai (più o meno) giovani maschietti, ritenuti generalmente difficili da catturare, perché si pensa, a torto, che passino tutto il tempo libero a smanettare su internet. E invece anche loro la televisione la guardano eccome: basta solo trovare l’esca giusta. DMax le esche giuste sembra averle trovate, tanto che gli ascolti sono in crescita costante (nel 2013 Dmax è stato il canale che ha registrato la maggiore crescita nel panorama televisivo italiano): alla faccia di chi sostiene che la televisione sia ormai cosa da robivecchi.

Lo sport, da questo punto di vista, si rivela sempre un ottimo investimento. Non a caso DMax ha acquisito i diritti di tutte le 15 partite di rugby del Torneo Sei Nazioni, che si è concluso sabato scorso con l’ennesima disfatta dell’Italia. La nostra gloriosa compagine è stata massacrata dagli inglesi, finendo in fondo alla classifica, a zero punti e con le ossa rotte, dopo averne prese di santa ragione da tutti gli avversari. Nonostante la figuraccia, però, gli ascolti sono schizzati alle stelle: le 5 partite in cui siamo stati fatti neri sul campo hanno triplicato la share al di là dello schermo, a dimostrazione che non sempre l’importante è vincere.

Ma lo sport è solo l’ultima delle proposte di DMax al suo pubblico di riferimento. Nell’arco di programmazione giornaliero troviamo argomenti come le auto e i motori in genere (Top Gear, un classico del canale, più diversi altri), le aste e il mondo degli affari in genere (Banco dei pugni, altra hit, Affare fatto!…), la magia e il soprannaturale, che si sta rivelando uno dei campi più gettonati (Dynamo: magie impossibili; Cacciatori di fantasmi…); e parecchio altro ancora. Non è che siano tutti dei capolavori, intendiamoci: ma il tono ironico e un po’ sopra le righe, uniti al linguaggio ritmato e moderno che contraddistingue tutti i prodotti di questo genere, li rende piacevoli e graditi al pubblico più giovane.

Una rete che si rispetti non può inoltre fare a meno di volti di riferimento, ovvero personaggi molto forti e riconoscibili che “incarnano” in un certo senso l’essenza del canale. Quello più famoso di DMax è senza dubbio Gabriele Rubini, in arte Chef Rubio, conosciuto ormai al di fuori della stretta cerchia dei fan. Cuoco “da strada” tatuatissimo e un po’ guascone, è diventato improvvisamente celebre con il programma di “street food” Unti e Bisunti, uno dei pochi andati in onda di recente a meritarsi a buon diritto l’etichetta di “cult” (è già in cantiere una seconda edizione). Manco farlo apposta, Chef Rubio è stato pure rugbista, e così il cerchio si chiude.

DMax insomma, insieme ad altre “native digitali”, riesce a intercettare i nuovi gusti televisivi di un pubblico sempre più in fuga dalle reti tradizionali. In appena due anni, ha scalato infatti le posizioni diventando il settimo canale nazionale sul suo pubblico di riferimento, ovvero gli uomini di età 20-49. Per non parlare del lato social: la sua community su Facebook supera i 500.000 fan. Numeri che le reti “storiche”, e ormai terribilmente vecchie, nemmeno se li sognano.