“Ci saranno dei costi”, nel caso la Russia decida di lanciare un’azione militare in Ucraina. Barack Obama è particolarmente duro, nel corso della conferenza stampa convocata alla Casa Bianca di fronte al precipitare della crisi. Chiede al Cremlino di “rispettare l’indipendenza e la sovranità e i confini dell’Ucraina” e mette in guardia dagli “effetti destabilizzanti” che l’intervento militare russo può provocare sullo scacchiere politico e diplomatico. Nonostante l’allarme, e il secco avvertimento, le opzioni che l’amministrazione Obama ha al momento a disposizione nei confronti della Russia non paiono molte.

Fonti del Dipartimento di Stato spiegano che nel caso di azione militare in Ucraina, gli Stati Uniti cancellerebbero immediatamente la partecipazione del presidente Obama al summit economico del G8, previsto per giugno a Sochi, sede delle recenti Olimpiadi invernali. Un’analoga decisione potrebbe essere presa anche dagli alleati europei. Una mossa in qualche modo analoga, seppure molto meno clamorosa, era stata assunta l’anno scorso proprio da Barack Obama, che aveva annullato un incontro bilaterale con Vladimir Putin, durante un meeting internazionale a Mosca, dopo la concessione dell’asilo al “whistleblower” della NSA Edward Snowden.

Un’altra possibilità, ventilata da ambienti dell’amministrazione, è che gli Stati Uniti decidano di bloccare i negoziati commerciali con la Russia. Proprio nelle ore in cui Obama tuonava contro il coinvolgimento diretto della Russia in Ucraina, inviati di Mosca si trovavano a Washington per avviare trattative che potrebbero rivelarsi particolarmente lucrative per entrambi i Paesi. Nonostante il deteriorarsi dei rapporti politici e diplomatici, i legami commerciali e gli interessi economici tra Russia e Stati Uniti sono enormemente cresciuti negli ultimi anni. Le esportazioni USA in Russia sono aumentate del 38% nel 2011; quelle russe verso gli Stati Uniti del 35%. Una serie di grandi società Usa – General Motors, Ford, Paper Co., ExxonMobil, General Electric hanno avviato, o stanno avviando, progetti di sviluppo in Russia; e le autorità russe hanno in questi mesi chiesto con insistenza la creazione di una sorta di spazio di “libero mercato” tra Washington e Mosca, oltre a un aumento degli investimenti americani. Lo stop ordinato da Obama potrebbe dunque rivelarsi una perdita particolarmente pesante per l’economia russa.

Negli ambienti politici e diplomatici americani permane del resto il ricordo di quanto avvenuto con la guerra in Ossezia del Sud dell’agosto 2008. Ancora questa settimana il Dipartimento di Stato Usa ha reiterato la richiesta alla Russia di ritirare i propri presidi militari in Abcasia e Ossezia del Sud. La Georgia, da parte sua, ha più volte denunciato la lenta ma continua occupazione del proprio territorio da parte dei militari russi schierati in Ossezia. Un atteggiamento, denuncia il Dipartimento di Stato USA, in aperta violazione degli accordi di pace del 2008. L’allarme di Washington sulla Georgia non ha sinora sortito grande effetto a Mosca, il che non fa ben sperare sulla possibilità di bloccare i piani del Cremlino sull’altra area “calda” degli interessi russi: appunto, l’Ucraina.

La condanna da parte dell’amministrazione è però qualcosa più facile da dire che da mettere in atto. Gli Stati Uniti hanno infatti assoluto bisogno dell’appoggio della Russia in una serie importanti di dossier internazionali. C’è innanzitutto da risolvere la questione della guerra civile in Siria e del futuro di Bashar al-Assad; l’esperienza dei mesi passati ha ampiamente dimostrato che il presidente siriano rimarrà stabilmente al suo posto, almeno sino a quando potrà godere dell’appoggio di Mosca. Resta aperto il dossier del nucleare iraniano: anche qui, ci sono poche possibilità di imbrigliare la volontà di Teheran senza l’appoggio di Putin. C’è infine, importantissimo, il problema del ritiro dall’Afghanistan. Gli Stati Uniti hanno bisogno delle vie di comunicazione russe per far uscire le proprie truppe dall’Afghanistan.

Per questo, oltre i toni particolarmente duri di Obama, sembra al momento che l’amministrazione Usa scelga soprattutto la strada della diplomazia. Il segretario alla Difesa, Chuck Hagel, ha parlato di “situazione potenzialmente molto pericolosa”, ma ha anche aggiunto che “stiamo cercando di usare un focus diplomatico, che è l’approccio più appropriato e responsabile”. Porte aperte, dunque, al lavoro del segretario di Stato John Kerry, che in queste ore ha sentito per almeno due volte il suo omologo russo Sergey Lavrov. Ciò non toglie che la crisi ucraina illumini con forza un dato: il peggioramento ormai evidente delle relazioni tra Mosca e Washington.

A raffreddare i rapporti non c’è stata, negli ultimi tempi, soltanto la questione dell’asilo a Snowden. Usa e Russia si sono scontrati sulla violazione dei diritti dei gay e delle lesbiche; il Parlamento russo ha votato una legge per proibire le adozioni di bambini russi da parte di cittadini americani (in risposta alla “legge Magnitsky” votata dal Congresso Usa); persino l’imprigionamento delle Pussy Riot ha provocato scintille tra l’ambasciatrice Usa all’Onu Samantha Powers e la diplomazia russa. E poi ci sono state altre questioni, ancora più globali e decisive: le divergenze sulla Siria, appunto, ma anche le critiche russe per l’allargamento della Nato all’Europa orientale e per gli interessi statunitensi sulle risorse petrolifere e di gas naturale nell’Asia centrale. Il famoso bottone del “reset”, dell’azzeramento e del rinnovamento nei rapporti con la Russia, che gli Stati Uniti di Obama volevano schiacciare, appare a questo punto un pallido ricordo e una promessa mancata.