Prima Renzi, che lo riabilita facendone un padre della Patria riformatore. Adesso Napolitano, di cui si scopre l’intento complottardo, complice la sfrenata ambizione di Mario Monti di andare a palazzo Chigi, che con il suo terrore delle elezioni, riesce nella mossa di farlo fuori facendogli credere che per lui ci sarebbe stata la grazia. E poi se lo rimangia. Se, nell’ormai lontano novembre 2011, invece di restare vittime di giochi di Palazzo e di vanità reali (ma ben poco regali) si fosse andati a votare, oggi probabilmente Silvio Berlusconi si troverebbe fuori dai giochi non perché condannato in via definitiva, ma perché sconfitto politicamente. Una sconfitta politica che, invece, è mancata perché non è stata permessa e che gli ha consentito, in quanto non sconfitto ma sempre leader, di trattare con Renzi sul tavolo delle regole future del Paese. E – oggi – di sperare addirittura di tornare al governo, giocando di tattica sul quadro che disegnerà la prossima legge elettorale.

E di chi è la colpa di tutto questo? Fino a ieri non si avevano risposte certe, solo qualche esperto dei palazzi del potere romano si era lasciato andare a riflessioni sull’effettivo ruolo svolto dal Quirinale nell’estate della febbre alta, altissima dello spread e di quella paura, indotta da una propaganda pressante e battente, di “fare la fine della Grecia”. Oggi il libro di Friedman svela quello che un imbarazzato Monti ha poi raccontato direttamente, ossia che il “trappolone” contro Berlusconi fu ordito da Napolitano ben prima, molto prima che il popolo fosse stordito dalla storia dell’economia sull’orlo del baratro e dalla necessità di tirare la cinghia e pagare più tasse in nome del “restare in Europa”. Altre rivelazioni, come le testimonianze di Carlo De Benedetti e Romano Prodi, fanno poi chiaramente capire il perché l’azione del fallimentare governo montiano di austerità fu invece accompagnata da una grancassa di applausi e consensi quando, in realtà, c’era ben poco da applaudire, viste l’ulteriore aggravio fiscale scaturito da nuove tasse, le fregature pensionistiche, quelle sul lavoro e la sudditanza alla Cancelliera tedesca Merkel, che da quel momento non ci ha più lasciati.

Si disse in quei giorni di festeggiamenti per le dimissioni di Berlusconi, che Napolitano aveva appena scelto il suo successore al Quirinale e che il successo del “risanamento” messo in pratica dal governo Monti-Passera avrebbe non solo salvato l’Italia dal baratro, ma consentito di chiudere un ventennio berlusconiano tutto da dimenticare. Non destò quindi stupore la rapidità con cui, il 12 novembre del 2011, Napolitano avviò le consultazioni per dare, solo 24 ore dopo, l’incarico a Monti. E’ solo che questo non sarebbe dovuto accadere, che Monti non doveva essere chiamato a fare il premier e Napolitano doveva sciogliere le Camere e mandare il Paese alle urne. Non lo fece, si disse, perché “l’Italia non poteva dare segnale d’instabilità politica, i mercati non ci perdonerebbero” e che poi non si poteva votare con una legge elettorale che avrebbe “favorito comunque il Cavaliere”. Bugie. O, meglio, mistificazioni della realtà per far passare la linea scelta, in totale solitudine, da “Re Giorgio”, che mandando Monti a palazzo Chigi, di fatto ha cominciato a influenzare in modo costante le scelte dell’esecutivo debordando dalle sue prerogative costituzionali, cosa per altro già avvenuta, in prima battuta, non concedendo le elezioni a tempo debito come sarebbe stato suo dovere.

Qualcuno, nel centrodestra, si è subito affrettato a dire che quello di Napolitano nel 2011 è stato un golpe, ma la parola è ormai talmente abusata da non destare più alcuna sorpresa. Di fatto, nel 2011 c’è stato un signore, il Presidente della Repubblica, che si è arrogato il diritto/dovere di scegliere per conto degli italiani chi doveva governarli e anche in che modo, con quali regole d’ingaggio e quali “soluzioni” studiate a tavolino. Quello stesso signore che si sospetta abbia lavorato con costanza, anche attraverso questo atto d’imperio, alla costruzione della successione a se stesso al Quirinale. Comprensibile è dunque l’imbarazzo di chi, oggi, come Casini, svilisce il lavoro d’inchiesta fatto da Friendman parlando di “pseudo-rivelazioni”, lui che di quell’operazione fu senz’altro qualcosa in più di un semplice osservatore.

E ne hanno ben donde i berlusconiani di stretta osservanza a chiedere conto e chiarezza dei fatti dell’epoca, ora che i loro sospetti sulla “trappola” nei confronti del Cavaliere sono stati scritti nero su bianco. E non smentiti. Lascia infatti senza parole la ricostruzione di Friedman, quando racconta di aver posto a Napolitano la seguente domanda, “in quale mese del 2011 ha sondato per la prima volta Mario Monti sulla sua eventuale disponibilità a ricoprire il ruolo di presidente del Consiglio?” e di non aver ricevuto che un’imbarazzata risposta dal portavoce del Colle: “Ma sai, quella domanda su Monti è una domanda un po’ troppo contemporanea”[…]. Anche la vergogna, insomma, è un piatto che si deve mangiare freddo. Ma di sicuro, oggi, il Cavaliere non poteva aspettarsi un regalo migliore.