Matteo Renzi vince il primo round. Il segretario esce dalla sua prima direzione del Pd più forte di come ci è entrato. Perfino sul dibattito sull’incontro con Silvio Berlusconi sulla legge elettorale, sul quale la sinistra del Pd si è rivoltata: “Non si può discutere con un pregiudicato per evasione fiscale”. Ma le proteste sono state ridimensionate di fatto dal voto finale alla relazione del leader: si astengono in 35 sui circa 180 componenti. Una forza che Renzi pare voler usare per dare un altro pizzicotto al presidente del Consiglio Enrico Letta, che alla direzione del partito non c’è: “Il governo è al minimo di gradimento” e non lo dice lui, né “i mercati internazionali, ma i mercati rionali”. Quindi o si fa qualcosa o si muore, è il messaggio: “Se non si capisce il dramma dell’urgenza saremo spazzati via”. Il Pd “ci mette la faccia”, aggiunge. Quindi sulle riforme, ancora una volta, non c’è tempo da perdere. Il risultato è di una sostanziale guerra fredda con Letta e di un’andatura costante (cioè più che spedita) sulla riforma elettorale.

Su quest’ultimo punto le notizie sono due. La prima: Renzi ha chiesto (e poi ha ricevuto) un mandato “sui paletti” – così li ha chiamati – sui quali ha giocato (e vinto) le primarie del Pd. Tra questi un premio di maggioranza nel nuovo sistema elettorale, la riforma del titolo V e l’abolizione del Senato (e del bicameralismo perfetto). La seconda: lunedì prossimo la direzione del Pd si riunirà di nuovo e deciderà su quale modello di sistema elettorale punterà il partito tra i tre proposti a inizio gennaio dallo stesso Renzi: il Mattarellum “corretto”, il sistema spagnolo e il doppio turno su formato del “sindaco d’Italia“. Renzi farà la sua scelta e poi ci sarà un voto. A proposito: la polemica sul faccia a faccia con Berlusconi. Renzi non entra nel merito, ma replica a chi lo contesta ricordando un po’ di storia recente: “La polemica del dialogo con Forza Italia è surreale. E’ stravagante la polemica di un dialogo con un ‘pregiudicato’, come dice D’Attorre, quando con il ‘de cuius’ si è fatto il governo e non ho visto ministri dimettersi quando Berlusconi è stato condannato. Li ho visti per un ‘chi?’ (Fassina, ndr), non per Berlusconi”. 

Sul governo Renzi dà fuoco alle polveri e questa volta non usa nemmeno troppi panegirici: “Se mettiamo in fila i risultati di questi mesi e di questi anni, a livello istituzionale, mettiamo in fila una serie di fallimenti. Non siamo riusciti a fare legge elettorale in 10 mesi, è saltata ipotesi riforma costituzionale che il nostro partito ha votato in tre letture, e sul tema delle riforme abbondano i ministri scarseggiano i risultati”. Letta replica subito con una nota breve: dice di concordare con Renzi sulla necessità di un nuovo inizio dell’azione di governo (e il patto di coalizione va in quella direzione), ma ha un giudizio diverso sui 9 mesi di lavoro fatti “in uno dei tempi più complessi e travagliati della storia recente, che questo governo ha dietro le spalle”. Il segretario lo classifica come un messaggio simile a quelli di Krusciov a Kennedy durante la crisi dei missili e quindi rieccola la guerra fredda. Ma ne approfitta per andare in surplace: “Il giudizio sui mesi passati è quello che si sente nei mercati rionali. Il tema non è il giudizio sul passato ma se facendo le riforme cambiamo il Paese. Io rischio il tutto e per tutto, ma senza svolta il Pd muore alle elezioni del 25 maggio”. Come aveva detto poco prima “o c’è la consapevolezza del dramma dell’urgenza o se si pensa che si possa continuare ad andare avanti come se niente fosse, saremo spazzati via”. 

Il segretario garantisce di “non voler fare le scarpe” a Letta, nonostante “il consenso del governo sia ai minimi ed il mio ai massimi”, ma rivendica il diritto di critica al governo, alla faccia della sinistra del Pd che anche sul tema del governo insiste: “Non basta più la formula ‘il governo va avanti se fa le cose’ – dice Gianni Cuperlo – o c’è una vera ripartenza con un Letta bis o non funziona”. Ma alla fine passa la relazione del segretario che sull’esecutivo tra l’altro afferma: “Ha tutto il diritto di andare avanti ma abbia l’intelligenza di proporci non solo correzioni a errori fatti, come sugli insegnanti, sulle slot o il balletto sull’Imu, ma di indicare obiettivi”. Il leader Pd, insomma, lascia a Letta la palla, o per meglio dire la patata bollente: “Decida lui sul rimpasto, il rispetto è totale ma sulle singole iniziative ci faremo sentire”. 

Poi c’è tutta la partita della legge elettorale, meno banale di quanto possa apparire perché è il primo salvagente in caso d’emergenza, cioè di crisi di governo. Ma anche e soprattutto perché su questa riforma si gioca il destino del gabinetto guidato da Letta. Renzi pare volerle cantare a tutti. A Berlusconi: niente ricatti sul ritorno anticipato al voto e intesa anche sulle riforme istituzionali. Agli alleati di governo (che oggi hanno pure formato un asse unitario): no al “potere di veto dei partitini” nelle future maggioranze di governo e accordo completo anche su riforma del Titolo V e abolizione del Senato. Al Movimento Cinque Stelle e a Beppe Grillo: c’è “un sussurrio, una sorta quasi di speranza di un grande ritorno dei neo-proporzionalisti. Se il derby delle prossime 72 ore è tra proporzionalisti e non proporzialisti, il Pd che io ho in testa non può che stare da questa parte”. Ai suoi stessi compagni di partito, alcuni dei quali vorrebbero una corsia privilegiata – sul tavolo per la riforma elettorale – con i partiti di governo: “E’ evidente che Alfano ha fatto un gesto importante” separandosi da Silvio Berlusconi, ma “quando si voterà per il Governo starà con Berlusconi, non lo sfiderà. Non è uno di noi”.

Nuovo Centrodestra e Scelta Civica hanno una fifa matta che Renzi faccia l’accordo con Berlusconi. La premessa necessaria è ricordare che – tra le tre proposte di Renzi – lo “spagnolo” è il preferito di Forza Italia e il doppio turno formato “sindaco d’Italia” il preferito del Nuovo Centrodestra. Tutto questo mentre prosegue – dice l’Ansa – il lavoro di Denis Verdini e il “tecnico” renziano Roberto D’Alimonte il cui prodotto è già stato ribattezzato velenosamente “Verdinum”. E il rapporto con i Cinque Stelle? Il Pd parla con tutti, racconta Renzi. Ieri ha visto Vendola, oggi ha visto i vertici di Fratelli d’Italia. Ma i no sono arrivati solo da Lega Nord e M5S. “Salvini ci ha detto no ad un incontro e ce ne faremo una ragione, a M5s abbiamo aperto l’anno con una sfida ma Casaleggio definisce le nostre tre proposte incostituzionali e se lo dice lui – ironizza –  fa Cassazione”. 

Eppure Renzi lascia aperte ancora tutte le strade, con pochi ma fondamentali paletti. “L’importante è avere una legge che consenta di governare. Il punto è avere un premio di maggioranza. Che sia al primo o al secondo turno è assolutamente indifferente”. Nel suo intervento Renzi spiega che la governabilità è data dal premio di maggioranza e per questo “è irrilevante dal punto di vista tecnico se il premio si assegna al primo o al secondo turno mentre per noi il doppio turno interessa dal punto di vista politico perché tradizionalmente siamo più forti al secondo turno”. “Il punto centrale – ha ribadito – è capire il primo o l’unico turno con cui si vota e le possibilità che sono in campo sono quelle: o si va a un collegio uninominale o a una circoscrizione piccola o grande con il reinserimento del voto di preferenza” ma “ci deve essere il premio”. “Su questo – ha aggiunto – variano molto le posizioni dei grandi e dei piccoli partiti perché è evidente l’interesse dell’attribuzione di un numero di seggi il più basso possibile con il premio di maggioranza per avere qualche seggio in più” ma questo è “inaccettabile”.

La discussione sulla riforma elettorale pare quindi incredibilmente scivolare verso il traguardo. Prima di lunedì Renzi concluderà i suoi incontri con i leader degli altri partiti. Poi il Pd sposerà il suo modello preferito. Il 20 in commissione alla Camera e il 27 in Aula si partirà da una piattaforma, quale che sia. I presupposti sembrano giocare a favore di un’intesa Pd-Forza Italia che peraltro prenderebbe a cannonate il governo, già sollecitato a sufficienza dalle proposte continue del segretario Pd su ius soli e unioni civili. Sempre che il Pd segua pedissequamente il suo capo. Il partito in Parlamento non è affatto renziano come in direzione. Dal voto dei 101 traditori, d’altronde, non sono passati neanche 9 mesi.