Concorso in strage con finalità di terrorismo e aggravata dall’agevolazione della mafia. Sono questi le contestazioni che hanno portato a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per Filippo Marcello Tutino per la strage di via Palestro del 27 luglio 1993. L’uomo, arrestato dalla Squadra Mobile di Milano, classe 1961, ha precedenti per associazione mafiosa, stupefacenti ed armi ed era già detenuto a Opera (Milano). L’iscrizione di Tutino nel registro degli indagati risale a quasi tre anni fa

27 luglio 1993 a Milano morirono 5 persone. Quella sera di persero la vita il vigile urbano Alessandro Ferrari, i vigili del fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno e Moussafir Driss. In particolare Tutino, conoscitore della città di Milano, avrebbe fornito supporto logistico al gruppo di persone incaricate di compiere la strage, avrebbe prelevato due di esse (Gaspare Spatuzza e Francesco Giuliano) alla stazione di Milano ed avrebbe partecipato al furto della Fiat Uno poi fatta esplodere, al trasporto dell’esplosivo ed alla sua collocazione nella suddetta auto.

Il coinvolgimento di Tutito emerso con le dichiarazioni di Spatuzza. Il coinvolgimento di Tutino nella strage (per cui sono già stati condannati altri soggetti, tra i quali il fratello Vittorio) è emerso per la prima volta dalle dichiarazioni di Spatuzza, anche se questo non aveva convinto i giudici di Brescia a riaprire il processo; la richiesta di revisione era stata respinta. Sono state le indagini degli investigatori coordinati dalla Dda, tra il 2009 e il 2011, che hanno evidenziato l’esistenza di un legame tra Tutino e la famiglia mafiosa dei Graviano, che fu incaricata dai vertici di Cosa nostra di organizzare le stragi del 1993/1994. Il provvedimento è stato emesso dal gip del Tribunale di Milano Anna Laura Marchiondelli su richiesta del procuratore aggiunto della Dda Ilda Boccassini e sostituto procuratore dr Paolo Storari. 

Il gip: “Obiettivo erano le persone non solo la devastazione”. Gaspare Spatuzza “rivela i particolari mancanti della strage di Milano, collocandovi Vittorio Tutino, Giovanni Formoso, ma anche Filippo Marcello Tutino (il cui nome mai prima era affiorato in relazione alle stragi), offrendo una spiegazione logica e plausibile di varie circostanze rimaste fino a quel momento ignote”. Secondo il gip di Milano Anna Laura Marchiondelli il collaboratore “ha fornito elementi per ricostruire passaggi ancora sconosciuti dell’attuazione della strage“.

“La finalità delle stragi era quella terroristica e di agevolazione dell’organizzazione mafiosa ‘cosa nostra'” e non quella “di eversione dell’ordine costituzionale – secondo il giudice – . L’indagato certamente era consapevole che le sue condotte si inserivano in un contesto finalizzato alla realizzazione di quel tipo di attentati e tale condivisione dell’obiettivo configura il dolo del delitto di strage”. Il giudice ha rilevato “che l’adesione da parte” di Tutino “al progetto di strage, manifestata attraverso il compimento di condotte causalmente dirette a realizzare l’attentato terroristico di Milano, configura la volontà di provocare tutti gli effetti che da quell’esplosione derivarono”.

“Le condizioni in cui avvenne l’attentato – prosegue il gip – conferma che l’obiettivo non era solo la devastazione e il danneggiamento dei luoghi della cultura del nostro Paese, ma riguardava anche le persone“. Il gip ha precisato che “l’ordigno fu collocato in un luogo che, anche in orario serale e notturno, era frequentato, soprattutto in giornate estive come quella del 27 luglio, e l’esperienza dell’attentato fiorentino rendeva del tutto evidente agli attentatori che le esplosioni presso quei luoghi avrebbero posto in pericolo la vita di decine di persone”. Ciò, fa ritenere al giudice, che la finalità di terrorismo non “non era limitata alla devastazione delle cose, ma riguardava anche le persone, la cui morte, avrebbe (come è avvenuto) determinato una più intensa valenza intimidatrice degli attentati”.