Il  decreto varato in fretta e furia dal consiglio dei ministri il 27 novembre scorso non è ancora legge, ma Bankitalia non può aspettare. E così lunedì 23 dicembre ha approvato in tempi record l’adeguamento del suo statuto alla normativa che ancora non c’è, ma che, appena ci sarà, consentirà ai suoi vigilati, Intesa Sanpaolo e Unicredit in testa, di incassare un lauto guadagno. E questo grazie alla rivalutazione a 7,5 miliardi di euro del capitale della Banca Centrale di cui i due istituti sono i principali azionisti e, soprattutto, alla disponibilità della stessa Bankitalia ad acquistare le quote superiori al nuovo tetto di partecipazione in via Nazionale.

Una novità, quest’ultima, che era comparsa nel corso del Cdm che ha varato il decreto che consentirà alle stesse due banche – le uniche con partecipazioni superiori alla forchetta fissata per la soglia massima di possesso che sarà tra il 3 e il 5 per cento – di monetizzare rapidamente il guadagno che inizialmente avrebbe dovuto essere soltanto contabile. A spese delle riserve della Banca d’Italia e a vantaggio, benché di entità molto minore, dell’Erario che incasserà il 12% (non il 16 come inizialmente previsto) delle plusvalenze registrate dagli istituti.

“Come ho avuto modo di rappresentare nell’audizione dello scorso 12 dicembre presso la Commissione Finanze e Tesoro del Senato, l’aggiornamento del valore del capitale della Banca corrisponde a una richiesta del Ministero dell’Economia e delle Finanze – ha tenuto a precisare il governatore Ignazio Visco sottolineando quindi che l’operazione avviene su input dell’ex direttore generale della stessa Bankitalia, Fabrizio Saccomanni – . La questione non poteva essere risolta autonomamente dallo Stato, che può esprimersi in materia solo confrontandosi con la Banca d’Italia , per rispetto del principio di indipendenza, espressamente riconosciuto dalla Banca centrale europea nel parere rilasciato nell’ottobre del 2005 con riferimento all’ultima riforma dello Statuto della Banca”.

E a proposito della Bce, sull’operazione è atteso a brevissimo il parere non vincolante dall’Eurotower di Mario Draghi. Che non ha potuto ignorare alcune obiezioni mosse dai colleghi tedeschi della Bundesbank. Se queste ultime venissero accolte, la festa sarebbe solo a metà: le quote azionarie sarebbero interamente escluse dal capitale di vigilanza degli istituti proprietari per tutto il 2014, lasciando le banche con un “cuscinetto” meno ampio alla partenza degli stress test che la Bce effettuerà su circa 130 banche dell’Eurozona prima di prendere le redini della vigilanza a novembre 2014. Persa in partenza, invece, la corsa per il check up di Francoforte sui patrimoni delle banche comunitarie (Asset Quality Review) che si baserà sul dato al 31 dicembre 2013 come ha tenuto a ricordare Via Nazionale cercando di gettare acqua sul fuoco della polemica suscitata dall’operazione.

Intanto la rivalutazione del capitale rispetto ai 300 milioni di lire degli anni trenta, ha preso il via insieme ai nuovi limiti alle singole quote. E sarà modificato ex post solo se ci saranno novità con la trasformazione in legge del decreto che dovrà fissare anche la soglia massima di proprietà per ciascun azionista, inizialmente fissata al 5% ma che ora potrebbe scendere al 3% con ulteriori benefici economici per le solite Intesa e Unciredit. Restano ancora da definire, poi, le categorie dei partecipanti al capitale e il requisito della sede in Italia.

Particolarmente critiche le associazioni dei consumatori, con Elio Lannutti (Adusbef) che parla di una “patrimonializzazione occulta delle banche in vista degli stress test”, chiedendosi se “abbiano qualcosa da nascondere” visti i tempi veloci dell’assemblea (poco più di mezzora) e i lavori assembleari chiusi alla stampa. “E’ una giornata positiva e importante. E’ stato superato un anacronismo, ovvero la Banca centrale più solida d’Europa con un capitale sociale non aggiornato inferiore perfino a quello della disastrata Cipro”, ha invece commentato con entusiasmo il numero uno della lobby dei bancari, l’Abi, Antonio Patuelli. Secondo Gian Maria Gros-Pietro intervenuto come presidente del consiglio di gestione di Intesa, invece, l’operazione risolve alcune criticità, in particolare la “erronea percezione che la Banca possa essere influenzata dai suoi maggiori azionisti” e il fatto che l’istituto centrale con la più alta patrimonializzazione nell’Eurozona (22,6 miliardi) avesse un capitale fra i più bassi.