Non è ufficialmente un passo indietro. Ma gli somiglia parecchio. Dopo le aperture del premier Letta, gli apprezzamenti del presidente di Confindustria Squinzi e le critiche di Beppe Grillo ma anche dall’interno del partito, il neo segretario democratico Matteo Renzi è costretto a una precisazione che suona come una sorta di dietrofront. Oggetto del contendere, ancora una volta, è l’abolizione dell’articolo 18 per i neoassunti a tempo indeterminato (sì all’indennizzo, no al reintegro), proposta contenuta nel cosiddetto ‘Job Act‘ che il sindaco di Firenze si appresta a presentare a gennaio. Un provvedimento che stamattina, insieme alla legge elettorale e ad altri temi, è stato trattato nella seconda riunione della segreteria renziana, come di consueto iniziata alle 7.30. In questa occasione è arrivata la precisazione dell’ex rottamatore, secondo cui la priorità non è il depotenziamento dell’articolo 18 ma “creare lavoro”.

Il mezzo passo indietro, tuttavia, non ha convinto i detrattori. A cominciare dal presidente della Commissione lavoro della Camera dei deputati, Cesare Damiano (Pd). “Io sono orgogliosamente keynesiano, mi ritengo un laburista – ha detto Damiano a Radio Popolare – Condivido di Matteo Renzi l’idea di andare nel partito socialista europeo, difficile portarlo con l’abolizione dell’articolo 18, sarebbe un’idea vecchia, vecchia, vecchia. E’ un attacco che dura dalla fine degli Anni Settanta – ha spiegato Damiano – Una ricetta che io contesto. Non capisco – ha aggiunto – come i sostenitori del superamento del dualismo nel mercato del lavoro tra garantiti e non garantiti propongano di consolidare questo dualismo garantendo a chi è già al lavoro la conservazione del diritto, e ai nuovi assunti, giovani, magari in arrivo dal lavoro precario la negazione della tutela. Vuol dire fare l’apartheid – ha concluso – ovviamente a svantaggio dei giovani”. Più pesanti le parole del giovane turco Matteo Orfini, che sull’abolizione dell’articolo 18 ha sentenziato: “Oggi nemmeno gli imprenditori chiedono più di abolirlo, ma vogliono investimenti e opere pubbliche. Un Job Act che lo abolisse per i neoassunti sarebbe, nel migliore dei casi, completamente inutile”.

Critiche a Renzi anche dai sindacati, che secondo alcuni osservatori sarebbero il vero obiettivo della politica di Renzi sul lavoro. “Quando ci si vorrà confrontare, ci si confronterà alla luce del sole, però voglio avvertire: è bene discutere delle fondamenta dell’economia, non di quisquilie che la riguardano. Si tenta il sensazionalismo e il qualunquismo, e questa storia ci porterà a essere sempre più Weimar” ha detto Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl. Tranciante il commento di Susanna Camusso, segretario Cgil: “Quando si torna a parlare diarticolo 18 mi viene da sorridere perché è un argomento vecchio mentre al Paese serve altro”. Lo ha detto Susanna Camusso a Catanzaro. “Ci si finge come nuovo – ha aggiunto – dando poi ricette vecchie. Il Paese ha bisogno, invece, di ricomporre la frantumazione della precarietà e non di parlare dell’articolo 18”.

LA SCHEDA – Articolo 18, dieci anni di attacchi tra modifiche e referendum
E’ una delle norme più discusse della nostra legislazione, e in suo nome si sono create schiere di strenui difensori e di detrattori, convinti della sua dannosità: è l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (legge 300 del 20 maggio 1970, una delle norme principali del diritto del lavoro italiano, scritta da una commissione voluta da Giacomo Brodolini guidata da Gino Giugni, a tutti gli effetti il padre dello Statuto). Dell’art.18 si torna a parlare anche adesso, a proposito della proposta attesa da Renzi di un contratto unico per l’assunzione dei lavoratori, che dovrebbe essere ‘compensato’ dall’abrogazione dell’art.18 almeno per i neo assunti. Un modo per dare mobilità ed elasticità al nostro mercato del lavoro, che è tra i più ‘rigidì in Europa. L’articolo 18 afferma che il licenziamento è valido se avviene per giusta causa o giustificato motivo. In assenza di questi presupposti, il giudice dichiara l’illegittimità dell’atto e ordina la reintegrazione del ricorrente nel posto di lavoro. Sul mantenimento o meno di questa norma (che peraltro si applica solo nelle imprese con più di 15 dipendenti) il mondo del lavoro, nelle sue varie componenti, e la politica, da oltre 10 anni si sono letteralmente spaccati. A difendere in maniera più strenua l’articolo 18 è stata sicuramente la Cgil, che per dire ‘no’ a un tentativo di modifica della norma, il 23 marzo 2002 al Circo Massimo di Roma, con Sergio Cofferati segretario generale, ha portato in piazza ha tre milioni di persone, in una delle maggiori manifestazioni italiane del dopoguerra.

Ma i tentativi di modificare o eliminare del tutto l’art. 18 partono 13 anni fa. Nel 21 maggio del 2000, 10 milioni di italiani rispondono ‘no’ al referendum promosso dai radicali e sostenuto dai partiti di centrodestra che chiedeva l’abrogazione dell’articolo 18. Nell’agosto 2001, dopo una stagione contrattuale segnata da molti scioperi e un accordo separato sul rinnovo per i metalmeccanici, i ministri Maroni (Lavoro), Marzano (Sviluppo economico), Tremonti (Economia) del governo Berlusconi si esprimono a favore di modifiche all’art.18. Il 15 novembre 2001 il governo presenta la legge delega sul mercato del lavoro, un disegno riformatore basato sul Libro Bianco a cui aveva anche lavorato Marco Biagi, che comprende modifiche all’art.18. Nel Paese monta una protesta che coinvolge tutte le categorie di lavoratori e Cgil, Cisl e Uil chiedono lo stralcio dalla delega delle modifiche. Il 23 marzo 2002 c’è la grande manifestazione a Roma in difesa dei diritti, dell’articolo 18 e contro il terrorismo. Il 10 marzo 2003 il nuovo segretario della Cgil Guglielmo Epifani consegna al presidente del Senato Marcello Pera oltre 5 milioni di firme raccolte dalla Cgil contro le modifiche all’articolo 18. Il 15 e 16 giugno 2003 si tiene tentato un referendum sull’abrogazione delle norme che stabiliscono limiti numerici ed esenzioni per l’applicazione dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori ma non viene raggiunto il quorum.