Domani, 16 dicembre, non ricorre solo la data di scadenza per il pagamento della seconda rata Imu ma anche l’anniversario della rivolta fiscaledei coloni americani che ha dato il via alla guerra di Indipendenza: il Boston Tea Party. Anche in Italia, paese che muore sotto una tassazione così opprimente da essere inimmaginabile per i Sons of Liberty del 1773, sembra si respiri aria di rivolta. E’, infatti, passata una settimana dall’inizio della ‘protesta dei Forconi’, che qualche commentatore ha associato alle proteste dei Tea Party americanie che molti hanno immediatamente definito una protesta “contro le tasse”.

Si tratta in realtà di una protesta molto variegata e piena di contraddizioni: molte delle compagini che la animano portano avanti contenuti che, volendo fare paragoni con gli Stati Uniti, sono molto più simili a quelli del movimento Occupy Wall Street: una retorica collettivista che annulla l’individuo in nome del “Popolo”; una serie di richieste nella direzione di “Più Stato” (più manipolazione monetaria, più inflazione, più protezionismo, più dazi, più sussidi); una rabbia indirizzata solo verso “questa classe politica” anziché verso il Moloch statale in sé; una lettura della crisi che invece di riconoscerla come conseguenza dell’interventismo statale la collega ingenuamente alla globalizzazione, al mercato, al “neoliberismo” e alla finanza internazionale (spesso per mezzo di deliranti teorie del complotto, magari condite di antisemitismo).

Anche a livello di metodi e obiettivi, ad attacchi diretti esplicitamente contro esattori e gabellieri tipici soprattutto di zone produttive come il Veneto, si affiancano in molte parti d’Italia aggressioni a quella poca libertà di lavorare e produrre rimasta ai tartassati stessi: picchetti, blocchi stradali contro chi si vuole recare al lavoro, intimidazioni e minacce a chi rifiuta di chiudere il proprio negozio. Insomma, l’armamentario tipico, più che del ‘popolo delle Partite Iva’, di certe forze sindacali che su picchetti e blocchi hanno fatto affidamento per decenni (salvo poi scandalizzarsi ora se gli stessi metodi incivili sono usati da piazze non monopolizzate da loro).

Eppure, come ho cercato di suggerire mercoledì scorso in tv, i manifestanti avrebbero a disposizione un modo estremamente pacifico per “Fermare l’Italia” senza danneggiare chi lavora ed è già stremato da crisi e tasse: basterebbe rifiutare (o anche solo ritardare) il pagamento di qualche balzello in maniera coordinata e dichiarata, ricorrendo anche in forma molto blanda all’arma della disobbedienza fiscale, già usata con successo da Gandhi, da Martin Luther King, o dai pacifisti americani che si auto-riducevano le imposte per non contribuire alle spese militari.

Di pretesti ce ne sarebbero parecchi, anche per coloro che volessero difendere ed onorare con coerenza il principio di legalità che lo Stato italiano calpesta in continuazione: ad esempio facendoci pagare un ‘canone’ per una Rai che l’esito di un preciso referendum ha stabilito dover essere privatizzata, violando di continuo lo Statuto del Contribuente, stabilendo imposte con effetti retroattivi, invertendo l’onere della prova nei procedimenti tributari, assegnando valore di legge a circolari interne dell’Agenzia delle Entrate, ipotecando case al di sotto del limite di legge e senza avvisarne i proprietari, inventando mostruosità logiche come gli “acconti del 103%” (o la recente, illegittima e tragicomica Google-tax)!

Ma partiti ed apparati, in Italia, ad una pacifica disobbedienza fiscale preferiscono di gran lunga picchetti, disordini, tafferugli, scontri, minacce e finanche attentati: capitoli tristemente ricorrenti nella storia italiana, spesso tollerati e a volte forse persino incoraggiati dallo Stato (vedi alla voce ‘strategia della tensione’), che tramite essi ha potuto sempre legittimare e ampliare il suo ruolo. Forse è per questo che non è mai avvenuta.

A proposito: domani, 16 dicembre, non ricorre solo l’anniversario del Boston Tea Party, ma anche la data di scadenza per il pagamento della seconda rata Imu.