Se Telecom Italia prende tempo sulla cessione della rete mentre promette la copertura del 50% dell’Italia con la fibra grazie ai sovvenzionamenti pubblici, nei comuni, gli enti più vicini geograficamente ai cittadini, si allarga il consenso per la creazione ex novo di una società pubblica della rete di telecomunicazioni in fibra. La proposta dell’Anci di Firenze e della Toscana, che vorrebbe mettere l’infrastruttura a disposizione degli operatori privati dei servizi, in assoluta parità di condizioni d’accesso, piace infatti anche all’Anci dell’Emilia Romagna, regione che con Bologna vanta già il primato di città più cablata d’Italia grazie al progetto Metropolitan Area Network in cui il comune ha investito 1,98 milioni (su un totale di 4 milioni) sfruttando tutte le infrastrutture di enti locali disponibili sul territorio (da cavidotti a tubi della pubblica illuminazione). “L’idea sta circolando a livello di piccoli centri”, conferma a ilfattoquotidiano.it Vincenzo Caciulli, esperto del settore che per un quinquennio è stato consigliere Corecom, il comitato regionale toscano per le comunicazioni.

Tuttavia, proprio mentre si decide il destino di Telecom Italia e della sua infrastruttura in rame, il Paese non ha ancora un catasto delle reti che consenta realmente di definire il costo del cablaggio dell’intera Penisola che, secondo l’Agenzia Digitale del ministero dello Sviluppo economico, richiederebbe circa 15 miliardi di investimenti. Eppure il censimento è stato avviato dall’AgCom, l’autorità per le telecomunicazioni, nel novembre 2011 con il “Regolamento in materia di diritti di installazione di reti di comunicazione elettronica per collegamenti dorsali e coubicazione e condivisione di infrastrutture”.

All’epoca il provvedimento dell’autorità oggi presieduta da Angelo Marcello Cardani, ma nel 2011 guidata da Corrado Calabrò, venne “adottato al termine di un’ampia consultazione pubblica tra tutti i principali operatori di comunicazione elettronica, tra i proprietari di infrastrutture e gli enti locali, fornisce una serie di regole finalizzate all’incentivazione dello sviluppo di reti a banda larga”. Fra questi, “la definizione di linee di indirizzo per l’accesso, da parte degli operatori, alle infrastrutture pubbliche”, gli obblighi di “condivisione, tra operatori, delle loro network per la realizzazione di reti di nuova generazione” e appunto il “catasto delle infrastrutture” che ad oggi però non è stato ancora ultimato. Benchè all’Authority tutti siamo coscienti che “l’ordine di grandezza degli investimenti per la connessione a banda larga di ciascuna abitazione va da 400 fino a 800 euro quando la fibra arriva fino ai locali. Per connettere, dunque, 15 milioni di abitazioni servono investimenti da 6 a 12 miliardi. Le maggiori fonti di costo (circa il 70% dell’investimento complessivo) sono dovute alle opere di scavo per la posa della fibra ottica e realizzazione di infrastrutture di supporto ed ai costi di esercizio”, come riferisce uno studio sul tema Catasto delle infrastrutture commissionato dall’AgCom al gruppo di ricerca dell’Università di Napoli guidato dal professor Vincenzo del Giudice.

La morale è che, mentre il mondo delle telecomunicazioni naviga veloce, i buoni propositi sono rimasti sostanzialmente sulla carta. In compenso l’ad di Telecom Marco Patuano, secondo cui servirebbero un migliaio di euro a linea per la fibra, sembra aver congelato, forse per mancanza di un accordo, il tentativo di chiudere il cerchio valorizzando al massimo (fra gli 8 e i 16 miliardi) la rete in rame all’interno di una società per lo sviluppo della fibra accanto alla Cassa Depositi e Prestiti. E intanto la definizione della nuova legge sulle offerte pubbliche di acquisto sulle società quotate che costringerebbe gli spagnoli di Telefonica a mettere ancora mano al portafoglio a differenza dei loro predecessori, entra ed esce dal parlamento. Alla finestra le imprese italiane che continuano ad accusare un crescente svantaggio competitivo dovuto alla minore connettività del Paese rispetto alle altre realtà europee.

Per fortuna qualche azienda riesce nel suo piccolo ad aggirare l’ostacolo. E’ il caso della Peuterey group, impresa toscana di abbigliamento con un oltre un centinaio di milioni di euro di fatturato. Il gruppo, specializzato nello sportwear con i marchi Peuterey, Geospirits e Post Card, ha percepito l’importanza per il proprio business di avere una rete in fibra superveloce ed affidabile. Un’esigenza complessa per un gruppo il cui quartier generale si trova ad Altopascio, piccolo comune della provincia di Lucca. Fortuna ha voluto che la sede centrale della Peuterey si trovasse ad appena 4 chilometri dalla rete a lunga percorrenza di Interoute, uno dei più importanti operatori di rete a livello mondiale con tanto di cavi sottomarini che collegano la Gran Bretagna fino al Medio Oriente passando per la Sicilia. In più lungo lo stesso asse, su ben 3,5 chilometri, il destino ha voluto che il Comune di Altopascio stesse effettuando degli scavi per la pubblica illuminazione.

Così Interoute, per venire incontro al proprio cliente, ha contattato il comune chiedendo di usare le canalizzazioni in corso di creazione per posare la fibra e ha poi scavato i restanti 500 metri con il risultato che l’azienda ha ottenuto una connessione veloce grazie ad un investimento privato straniero e sfruttando uno scavo già previsto e finanziato dall’ente locale per un diverso scopo. Una situazione che permette a Peuterey di far fronte alla competizione globale gestendo al meglio logistica e fornitori anche in un settore complesso e veloce come quello dell’abbigliamento. Senza catasto delle reti, è difficile però che la congiuntura positiva di cui ha beneficiato il gruppo di Altopascio possa ripetersi con facilità. Tanto più che oggi il governo di Enrico Letta pare sia più preoccupato dalle esigenze di rientro delle banche che dalla necessità di cablare il Paese con una infrastruttura capace di ridare competitività alle piccole imprese che restano l’ossatura produttiva dell’Italia.

Riceviamo e pubblichiamo la seguente precisazione dell’Anci Emilia Romagna

L’Anci Emilia Romagna in merito all’articolo “Rete telecom, la proposta alternativa fa nuovi adepti. In Emilia Romagna” precisa che, pur essendo favorevole all’idea di una rete pubblica come testimonia l’esperienza di Lepida, società di proprietà della Regione, delle Province e di tutti i 348 Comuni che ha 753 punti di accesso alla rete pubblica ( tutti i Comuni e le Province, musei , scuole, tribunali, università, ASL etc. ) e che ha cablato l’85% circa del territorio regionale, non ha preso formalmente posizione sulla proposta dell’Anci Toscana.