Mentre in Telecom si consuma l’uscita di scena di Franco Bernabé, Wind fa sapere di essere pronta ad entrare nella costituenda società della rete con una quota di minoranza. Per Maximo Ibarra, amministratore delegato della compagnia, l’eventuale newco “dovrebbe essere aperta anche agli altri operatori, che dovrebbero comunque essere liberi di decidere se entrare o no”. Vodafone invece precisa, con le parole dell’ad Pietro Guindani, che si prepara ad essere fruitore della società della rete auspicandone “una governance indipendente e un azionariato diversificato”.

Tuttavia ad oggi la questione della separazione della rete Telecom resta ancora un’ipotesi di lavoro. Come ha precisato Gaetano Miccichè, consigliere della società di telecomunicazioni in quota Intesa SanPaolo all’uscita del cda di giovedì 3 ottobre, dello scorporoe “non ne abbiamo parlato”. Il che lascia ancora un po’ di tempo alla politica per decidere sul futuro digitale del Paese.

La rete Telecom, costruita in decenni di investimenti pubblici, è un network di valore (fra gli 8 e i 16 miliardi di euro) al pari di quanto lo siano i binari ferroviari nel trasporto su strada ferrata. E il suo valore è legato a doppio filo con la capillarità della diffusione sul territorio. Tanto più che per la rete d’accesso, le nuove tecnologie come il vectoring regalano una seconda giovinezza al doppino di rame, permettendo in ambiente urbano di raggiungere velocità pensabili fino a poco tempo fa solo con la fibra ed evitando così di sostenere, in zone con bassa densità abitativa, gli elevati costi degli scavi per posare nuovi cavi in fibra. Punto dolente su cui si è infranto nel 1999 il sogno della eBiscom (oggi Fastweb) di Francesco Micheli e Silvio Scaglia. Quello stesso sogno che fece volare le quotazioni in Borsa a prezzi stellari, ma che alla fine risultò un’operazione troppo costosa ed economicamente efficiente sul lungo periodo solo nei grandi centri dove il traffico dati è ingente.

Non a caso la Cassa Depositi e Prestiti ha pensato bene di conquistare Metroweb, società in passato controllata da eBiscom e dalla multiutility milanese Aem, che gestisce ancora oggi la fibra in Lombardia e che nei piani del gruppo presieduto da Franco Bassanini avrà il compito di guidare gli investimenti in fibra solo nelle grandi città della Penisola.Ma davvero non c’è alternativa alla rete in rame di Telecom? Non proprio. Un indizio viene già da Metroweb che per sviluppare la fibra con velocità a 100 megabit nelle principali trenta città italiane, ha già previsto 4,5 miliardi di investimenti, mentre secondo l’Agenda digitale del ministero dello Sviluppo economico il totale per la copertura nazionale con una rete realizzata ex novo sarebbe di 15 miliardi.

Una cifra quest’ultima che, benchè elevata, su un arco temporale di medio periodo potrebbe essere più che ammortizzata dal prezzo attualmente già in bolletta di circa 9,28 euro pagato dagli operatori non Telecom per l’ultimo miglio: in Italia ci sono infatti ben 24 milioni di linee telefoniche che in un decennio produrrebbero poco più di 26 miliardi di euro di introiti ripagando ampiamente un’infrastruttura che proietterebbe il Paese in una nuova dimensione tecnologica rispetto al rame della Telecom. Visti gli ingenti costi, per il territorio al di fuori delle grandi città non sembra quindi esserci alternativa a breve termine al rame di Telecom.

Oltre alla realizzazione di una nuova rete in fibra, esistono poi anche almeno altre due alternative tecnologicamente possibili. La prima è quella del satellite, la seconda è quella delle antenne wireless per i telefonini. La prima ipotesi è più a medio termine: se attualmente i tempi di latenza lunghi, dovuti alla distanza tra il satellite e la terra, possono limitare alcune applicazioni, è prevista una nuova costellazione di satelliti ad orbita più bassa che risolverà il problema. Una partita da cui però il Paese si trova tagliato fuori dal momento che in passato ha deciso di abbandonare il tavolo di Eutelsat, operatore che gestisce trenta satelliti attraverso i quali è possibile effettuare il traffico dati nelle aree più remote e isolate. Eutelsat, costituita nel 1977 come organizzazione internazionale in cui l’Italia era accanto agli altri partner europei in posizione paritetica, non ha infatti più nulla di italiano.

I soci italiani hanno venduto anni addietro: nel novembre 2001 è la Telecom di Marco Tronchetti Provera che cede il 20% di Eutelsat (ereditato dallo Stato in quanto ex monopolista) alla Mirror, società controllata dalla Lehman Brothers assieme ad un pool di banche italiane, capitanate da Intesa, e per il 30% dalla stessa Telecom. Il gruppo guidato da Tronchetti Provera, all’epoca alle prese con la dismissione di asset per abbattere l’enorme debito creato dall’acquisizione a leva dei capitani coraggiosi di Roberto Colaninno, uscirà completamente dalla partita Eutelsat qualche anno più tardi.

Parabola analoga per gli altri soci italiani dell’operazione: DeAgostini, di proprietà delle famiglie Boroli-Drago da sempre vicine a Mediobanca, dopo aver acquistato il 10,8% di Eutelsat da Deutsche Telekom nel 2002, vende la quota al fondo inglese Cinven; la vicentina Palladio finanziaria, assieme allo Star responsability fund, esce dal capitale di Eutelsat con la cordata di Eurazeo che vende la quota acquistata da France Télécom nel 2006 alla Caisse des Depots, laCassa depositi e prestiti transalpina. Alla fine della partita, il risultato è che l’Italia, quindi, non può più contare sui satelliti, come invece può farlo la Francia, che a presidiare la quota in Eutelsat ha piazzato Bpifrance, l’ex Fondo strategico d’Oltralpe, con una quota del 25,6 per cento.

Fin qui l’affare del satellite, ma resta poi sul tavolo l’opzione wireless: la quarta generazione che attraverso la nuova tecnologia Lte promette di accedere ad internet, in condizione di mobilità, a velocità vicine a quelle dell’adsl. Anche in questo caso è Telecom il player centrale dal momento che custodisce il patrimonio della Tim di un tempo: dodicimila antenne valutate fra i 500 milioni e il miliardo di euro per cui ci sarebbero diversi soggetti interessati. Anche Vodafone, il gigante inglese guidato dall’ex manager Rcs, Vittorio Colao.