Dopodomani 6 novembre Giorgio Napolitano ha convocato al Quirinale il Consiglio supremo di Difesa. Organo previsto dalla Costituzione, poco usato dai precedenti presidenti, ma attivissimo con quello attuale. È approfittando dell’ultima riunione del Consiglio, il 3 luglio scorso, che il Presidente lancia il suo monito al Parlamento: sull’F-35 non potete mettere né bocca, né dito. Certo, il linguaggio del comunicato è più ortodosso: il ruolo del Parlamento nell’acquisto di armamenti “non può tradursi in un diritto di veto su decisioni operative e provvedimenti tecnici che, per loro natura, rientrano tra le responsabilità costituzionali dell’Esecutivo”. Come dire: zitti e mosca che voi tanto non capite un beneamato

È probabile che anche nell’incontro di dopodomani Napolitano cercherà di blindare quel che resta di incompiuto della “riforma Napolitano/Di Paola” i cui decreti legislativi stanno per avere il parere del Parlamento. L’anno scorso la legge Di Paola passò alla Camera mezz’ora prima che il Parlamento si sciogliesse per l’intervento diretto del Presidente che impose, soprattutto al Pd, di mettere da parte le sue obiezioni e di votarla in fretta e furia. Una accelerazione strana, per una legge di cui non si sentiva l’urgente necessità. Così strana che un deputato del Pd, Andrea Sarubbi, parlò per ultimo proprio per esprimere il suo disagio e lo stupore per questo voto accelerato. “Come mai una delega importante come quella fiscale sia saltata, ormai, per ciò che sta accadendo al Governo, mentre, invece, una di cui si sentiva meno la necessità, come quella militare, vada avanti” si chiese il nostro, anche se la risposta la conosceva bene, come la conosceva tutto il gruppo piddino che però accettò come sempre il diktat presidenziale.

Oggi, 4 novembre, Napolitano ha anticipato il suo pensiero in attesa del comunicato del prossimo Consiglio supremo. Ha detto: non provate neppure a pensarci, di tagliare soldi alle forze armate non se ne parla. Neanche per sogno, propagandisti irresponsabili e ignoranti. Tradotto questo pensierino del mattino è diventato un più forbito: “Ci si guardi dal discutere con leggerezza di una riduzione in generale dell’impegno dell’Italia, sul piano militare, al servizio della Comunità Internazionale. Non possiamo indulgere a semplicismi e propagandismi che circolano in materia di spesa militare e di dotazioni indispensabili per le nostre forze armate”. 

Per adeguarmi al desiderio di Napolitano non mi eserciterò in semplicismi propagandistici del tipo: ma ci sarebbero anche gli esodati, ma ci sarebbero anche i pensionati al minimo, ma ci sarebbero anche gli operai licenziati. Niente ma ci sarebbero. Lasciamo stare anche gli F-35: propaganda. D’altronde non lo ha detto Mario Mauro: “Armiamo la pace per amare la pace”, che è meno bellicoso di si vis pacem para bellum ma vuol dire lo stesso? Tra l’altro, parabellum è il nome che identifica il proiettile di alcune famose armi tedesche, tra cui la classica Luger vista in mano a tutti i nazisti. Tanto per dire, gli amanti della pace. 

Non lo farò, del propagandismo semplificatorio, perché mi viene in mente che nella pacifissima legge di stabilità appena mandata alle Camere dal mite Letta ci sono 6,8 miliardi per comperare navi da guerra. L’esibizione muscolosa di Mare Nostrum probabilmente non ci sarebbe mai stata se non ci fosse stato da mascherare questi miliarducci aggiuntivi rispetto a quelli già disponibili nel bilancio della Marina. Non lo farò perché, anche quest’anno, gli unici a non essere tagliati sono i fondi per la Difesa (eufemismo italiano per armi) come spiega Francesco Vignarca, coordinatore della Rete italiana per il disarmo. Ventiquattro miliardi almeno, circa tre dei quali nascosti nelle pieghe del ministero dell’Industria e dello Sviluppo economico. Abbiamo studiato anche noi Galbraith: avremmo pure diritto a un bel complesso militar-industriale. Non lo farò perché una settimana fa il segretario generale della Difesa, alle commissioni parlamentari, ha detto di non sapere se il miliardo speso dallo Stato per lo stabilimento di Cameri degli F-35 (ops, m’è scappato) si ripagherà. Singolare affermazione visto che a dirlo non è la mitica casalinga di Voghera ma il responsabile principe di quelle spese. 

Vorrei invece fare del bieco semplicismo e propagandismo su alcuni sprechi in nome del sacro dovere, piluccati qua e là senza un ordine preciso.
Spreco 1. Cominciamo proprio dal contesto della frase di Napolitano: la festa del 4 Novembre. Mentre omaggiava il Milite Ignoto, i soliti nove della Pattuglia acrobatica sfrecciavano a bassa quota con il solito pennacchio tricolore al seguito. Naturalmente era da un paio di giorni che gli intrepidi piloti si esercitavano: non si sa mai che sbagliassero rotta. Naturalmente per questa sfilata durata sì e no 20 secondi, erano partiti da Rivolto, vicino Udine. Seicento chilometri diciamo. Altrettanti per tornare. A giugno le Frecce non si erano fatte vedere. Troppe polemiche in quei giorni per la parata e l’astuto Letta ha pensato bene che era meglio non farle venire.

Spreco 2. A Roma c’è un circolo ufficiali, anzi “il” circolo ufficiali delle Forze armate. Ci pranza Mauro e ci fanno feste di matrimonio i rampolli dei generali, anche se in pensione o, malaguratamente, deceduti (non necessariamente in combattimento). Un circolo ufficiali che occupa un pezzo di uno dei più belli palazzi romani, palazzo Barberini. Ma si entra dal retro per non dare nell’occhio. Un circolo ufficiali è poco più di un club o di un ristorante. Ebbene, qui al posto del maître d’hôtel c’è un generale di brigata (d’altronde il personale di servizio nei ristoranti non viene chiamato brigata di sala? Perché meravigliarsi?), al posto di uno chef de rang c’è un altro graduato e così via. In tutto sono una quarantina tra ufficiali, sottufficiali e soldati che fanno servizio al circolo oltre a un buon numero di civili. Scommettiamo che nei trentamila posti tagliati con la riforma Napolitano/Di Paola quelli del circolo non ci saranno?

Spreco 3. Per i colonnelli e generali che vanno in pensione c’è una cosa chiamata ausiliaria che, detto in parole povere, sono soldi dati a questi pensionati (che pure il giorno prima di andare un pensione sono stati promossi al grado superiore) perché stiano a disposizione per cinque anni. A disposizione per far che? Beh, una guerra è sempre dietro l’angolo, un generale disoccupato può fare comodo. In cambio di questo sacrificio che solo uomini particolarmente stoici possono sopportare (non si sa mai arrivi una telefonata durante la pennica), ricevono la differenza tra la loro pensione e lo stipendio di un parigrado in servizio. Obblighi: nessuno, aspettare la chiamata che non arriverà mai. Qualcuno ogni tanto lo mettono in una commissione di concorso, così prende anche il gettone di presenza. Costo: cazzatelle, appena 400 milioni di euro l’anno, milione più, milione meno. Cosa sarà mai?

Spreco 4. A tutti i militari, indistintamente, per ogni cinque anni di servizio viene regalato un anno di contribuzione ai fini della pensione. Capisco per quelli operativi in missioni, ma gli addetti alla guardia delle scrivanie? E i famosi marescialloni presidiari? Perché anche a loro? Cioè uno di questi che ha 35 anno effettivi può andare in pensione con 42 anni di anzianità. Forneroooo!!!!

Spreco 5 (prossimo futuro). Con “la riforma Napolitano/Di Paola” un militare a cui manchino dieci anni alla pensione può chiedere di essere esonerato dal servizio e prendere l’85% dello stipendio del parigrado in servizio. Durante questi dieci anni può lavorare dove vuole e il periodo conterà ai fini del diritto alla pensione. Esodatiiii!!!! 

Vi ho dato un esempio di come non fare propagandismi semplificatori, à la mode de monsieur Giorgio. Ma non so perché, mentre rileggevo l’ultimo exploit dialettico del nostro, mi veniva in mentali discorso di Sandro Pertini, il giorno del giuramento a Presidente della repubblica, credo fosse il 1978: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai, sorgente di vita per milioni di creature umane. Mi veniva in mente, chissà perché?