Il Piano casa è legge con la fiducia, Salvini: “Ora si deve correre”. Le organizzazioni degli inquilini: “Inadeguato all’emergenza”
Via libera definitivo al Piano casa. Con 106 voti favorevoli, 62 contrari e due astenuti, il Senato ha approvato in via definitiva il decreto sul quale il governo aveva posto la questione di fiducia, che essendo stato già licenziato dalla Camera diventa legge. Al voto ha partecipato anche il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini, grande sponsor del provvedimento insieme alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. “Dopo anni di chiacchiere, avere 60mila case pubbliche oggi vuote, avere i soldi, il personale e la legge che permette di sistemarle nell’arco di pochi mesi e di restituirle a chi è in lista d’attesa da tanti anni in tutta Italia è qualcosa che mi rende orgoglioso. Adesso bisogna correre”, ha dichiarato ai cronisti davanti al Senato. Meloni ha rivendicato il risultato sui social parlando di un passaggio “dalle parole ai fatti”, ricordando l’impegno assunto al Meeting di Rimini del 2025 per un “grande Piano casa a prezzi calmierati per le giovani coppie”.
Di segno opposto le reazioni delle opposizioni e delle associazioni degli inquilini, che contestano sia l’entità delle risorse stanziate sia l’impostazione del provvedimento. Per il responsabile Casa del Pd, Pierfrancesco Majorino, si tratta di “un piano beffa” e di “una clamorosa occasione sprecata”. Secondo l’esponente dem, con meno di un miliardo destinato al recupero degli alloggi sfitti servirebbero “15-20 anni” per intervenire su oltre centomila case popolari oggi non utilizzate. Majorino sostiene inoltre che il Piano rischi di ridurre il patrimonio pubblico disponibile, favorendo la dismissione degli immobili senza vincoli di reinvestimento nelle politiche abitative e senza rifinanziare il sostegno agli affitti.
Critico anche il senatore di Alleanza Verdi e Sinistra Tino Magni, secondo cui il Piano Casa è “la risposta sbagliata a un problema reale“. A suo giudizio il provvedimento è costruito “sulla propaganda” e non affronta l’emergenza abitativa, mentre l’annuncio di 100mila nuovi alloggi in dieci anni appare “più una presa in giro che una promessa”. Magni accusa inoltre il governo di limitarsi a riprogrammare fondi già esistenti, privilegiando investimenti privati e fondi immobiliari rispetto all’edilizia pubblica.
Per la senatrice M5s Gisella Naturale “il sedicente Piano Casa del Governo Meloni è solo uno spot elettorale, lontano anni luce dai reali bisogni di un milione e mezzo di famiglie in emergenza abitativa, Il provvedimento si fonda su pilastri inconsistenti. Si finanziano le ristrutturazioni di 60mila alloggi pubblici con appena 16mila euro a unità: una cifra ridicola, utile solo a rifare le facciate. Per di più, parte di questi immobili verrà svenduta. Il social housing viene liquidato con promesse a dieci anni, scaricate sui prossimi esecutivi, mentre il piano infrastrutturale introduce il controverso sistema 70/33. Agevolando i grandi investitori privati con super-deroghe urbanistiche, si impone il canone calmierato solo sul 33% degli alloggi, spalancando le porte alla speculazione edilizia sul restante 70%. L’obiettivo reale sembra sanare gli abusi aggirando i controlli. L’aspetto più vergognoso riguarda i costi: per la struttura del super-commissario si spende un milione di euro all’anno, garantendo al dirigente oltre 34mila euro al mese. Al contempo, il Fondo inquilini morosi incolpevoli viene azzerato, riducendosi nel 2027 a soli 2 milioni di euro. Conti alla mano, per oltre 30 mila famiglie svantaggiate restano 5,50 euro al mese, il costo di quattro caffè”.
Le principali organizzazioni degli inquilini – Sunia, Sicet, Uniat e Unione Inquilini – definiscono la nuova legge “inadeguata all’emergenza reale“: “Non potrà consentire un rilancio delle politiche abitative coerente con il fabbisogno abitativo effettivo e più grave del Paese”. In una nota congiunta sostengono che i 970 milioni di euro previsti in cinque anni siano insufficienti per recuperare i circa 60mila alloggi di edilizia residenziale pubblica oggi sfitti o inagibili – che, secondo le associazioni, sarebbero in realtà oltre 100mila – a fronte di circa 350mila famiglie in graduatoria per una casa popolare.
Le organizzazioni contestano inoltre alcune delle misure contenute nella legge, dalla possibilità di alienare parte del patrimonio di edilizia residenziale pubblica al cambio di destinazione d’uso degli immobili recuperati, fino al rischio che l’edilizia sociale produca canoni troppo vicini ai prezzi di mercato. Critiche anche al disegno di legge sugli sfratti presentato dal governo, che secondo i sindacati degli inquilini accelererebbe le procedure di esecuzione senza rafforzare gli strumenti a disposizione dei Comuni per affrontare l’emergenza abitativa.