Sono arrivati a bordo di un grosso scooter. Pistola in pugno. Sono scesi. Hanno colpito prima l’uomo e poi la donna. Morto subito il primo, deceduta in ospedale la seconda. Salva per miracolo, la figlia dei due. Sì perché i due erano sposati: Massimiliano Spelta, 43 anni, milanese, Sulejni Carolina Ortiz Paiano, 21 anni, domenicana. Era il 10 settembre 2012 e in via Muratori, luogo di ristoranti alla moda, in pochi potevano credere a quello che era appena capitato. Dopo le 20, orario d’aperitivo milanese. Esecuzione in piena regola. Si disse fin da subito. Sullo sfondo, ma non solo, il mondo della cocaina. In casa di Spelta gli investigatori trovarono qualche grammo di polvere bianca. Poca, troppo poca per spiegare quel far west. Sarà così. Gli uomini della squadra Mobile coordinati da Alessandro Giuliano lo capiscono quasi subito. Partano da Spelata. Dai suoi mille contatti. E da quei viaggi, sette, forse otto all’anno. Direzione: Santo Domingo. Meta d’amore, ma anche di lavoro. Lì, accerteranno in questo anno d’indagine, l’imprenditore che faceva la bella vita acquistava la cocaina e la portava a Milano. Qui vendeva. Partite modeste: un chilo, mai di più. E tanto bastava, visto che sul mercato all’ingrosso un chilo di polvere va a 40mila euro. Tanti soldi che a Spelta sono stati fatali. Sulla sua strada, infatti, incontra due personaggi. Uno di loro vuole la coca. Spelta esegue, ma non viene pagato. Insiste, bussa, citofona, alza la voce. Niente. Quella roba, gli viene detto, è di scarsa qualità. E dunque niente soldi. Spelta non ci sta. Sarà ucciso. Questo il quadro. Che ieri si è completato con l’arresto dei due killer di via Muratori. Hanno precedenti, sono calabresi e uno di loro vanta collegamenti robusti con la ‘ndrangheta dell’Aspromonte. Attualmente sono in stato di fermo, in attesa della convalida da parte del gip. Uno di loro, subito dopo l’arresto, ha anche confessato.

I LEGAMI CON LA ‘NDRANGHETA
In carcere così finisce Carmine Alvaro, 41 anni di Sinopoli. Cognome importante il suo, che sa di mafia. Ma, sottolineano in Questura, non è questo il caso. Carmine Alvaro, infatti, è un balordo. Rapinatore, anche. Fermato nel febbraio 2013 per una rapina in un Compro Oro di Tortona. Molto di più dice il secondo killer. Mario Mafodda, infatti, 54 anni di Palmi, la carriera criminale la inizia negli anni Ottanta, quando arriva in Liguria. Il suo regno è il Ponente ligure e l’Imperiese. Vive ad Arma di Taggia. Il suo è un clan familiare. Attivo nel traffico di droga, ma anche nelle estorsioni. Suo fratello Aldo fino al 1991 gestisce una discoteca a Sanremo. Poi viene assassinato. Davanti al suo locale. Con un colpo alla testa. Omicidio mandato in archivio come un regolamento di conti tra cosche rivali. Ma il sangue nel clan Mafodda era già stato versato anni prima. Il 12 giugno 1981 a Milano in piazza Prealpi, zona di spaccio e regno del superboss Emilio Di Giovine. Francesco Mafodda, cugino di Mario, in quella piazza vuole il suo spazio. E’ un boss, ma non abbastanza. Ambizioso, certamente. Tanto da annunciare una taglia da un miliardo di lire sulla testa dello stesso Di Giovine. Il padrino reagisce. Mafodda viene giustiziato in mezzo alla gente. I killer si avvicinano. Lo salutano e lo baciano. Poi i colpi.

ARMI E SEQUESTRO DI PERSONA 
Ma è soprattutto in Liguria che Mario Mafodda coltiva i suoi affari. E i suoi contatti. Come quello con Antonio Palamara boss di Africo legato ai Morabito. Palamara comanda a Imperia. Mafodda sta in batteria con lui. Lo mettono nero su bianco prima la Dia e poi i Ros di Genova. A metà anni Ottanta tenterà anche il salto di qualità sequestrando il figlio 11enne di un farmacista. Sequestro finito male. Il bimbo scappa e lui viene fermato. Condannato a 10 anni, nel 1998 viene arrestato di nuovo a Milano nel suo appartamento di via Greppi. In casa ha armi e munizioni. Secondo gli investigatori stava preparando un omicidio eclatante. Nel 2002 evade dal carcere di Opera ma viene fermato in corso Garibaldi.

LA COCA NON PAGATA
Poi nel 2011 lascia di nuovo il carcere e si stabilisce a Milano in viale Umbria. Inizia a trafficare. Poca roba. Qualche chilo. Ed è qui che incontra Massimiliano Spelta. In che modo e perché, resta nei tanti omissis di questa inchiesta. Nell’agosto 2012 entra in gioco Carmine Alvaro. Anche lui vuole essere del giro. Mafodda media con Spelta che provvede a portare la roba: un chilo e mezzo. Prezzo: 40mila euro. Il giusto, insomma. Alvaro, però, non paga. Alle prime insistenze di Spelta risponde che quella cocaina è di scarsa qualità. Spelta prosegue. E tanto basta al duo Alvaro-Mafodda per decidere di uccidere marito e moglie. Ma ancora qualcosa resta tra i non detto. E’ possibile che qualche citofonata in più abbia fatto precipitare tutto? O forse Spelta ha minacciato Mafodda in un luogo pubblico e davanti a personaggi (criminali) influenti?

QUELLA SERA IN VIA MURATORI 
Quando il corpo di Spelta viene sepolto, la squadra Mobile ha già in mano il nome di Mafodda. E non solo. In oltre un anno di indagini, gli investigatori fotografano la rete dello spaccio a Milano. Seguono Mafodda. Che, naturalmente, non lavora. Frequenta viale Umbria, piazza Martini e i bar del Corvetto. La droga, dunque. Decisiva. Tanto che Mafodda viene arrestato due giorni fa dopo che gli investigatori scoprono la sua base della cocaina in un appartamento a Monza. Mafodda viene bloccato e con lui finiscono in carcere due colombiani. Fermato, dicono in Questura, confessa anche l’omicidio di via Muratori. Racconta del debito. Parla di Carmine Alvaro. Descrive i particolari di quel 10 settembre. Quando i due killer decidono di uccidere e in sella allo scooterone battono le zone frequentate dagli Spelta. Vanno a casa loro. Non li trovano e così da via Mecenate rimontano verso il centro. In via Muratori marito e moglie forse cercano un ristorante, non hanno prenotato. Si trovano in strada. Pochi attimi e i colpi. Alvaro guida la moto. Mafodda sta dietro, scende e spara.