E’ stato facile prevedere che sarebbe finita male per Telecom. Mesi fa avevo scritto che la situazione era al limite e che ci sarebbe stato bisogno di un intervento straordinario per salvare la principale azienda di telecomunicazioni del nostro paese. Dissi che l’unica cosa plausibile sul piano dell’interesse nazionale, ma anche dell’azienda e dei suoi lavoratori, era il progetto di separare la rete. Fare cioè una società ad hoc a maggioranza pubblica attraverso l’intervento della Cassa Depositi e Prestiti.

Ovviamente rilevai che tutto questo presupponeva una forte iniziativa di politica industriale del Governo e soprattutto la consapevolezza da parte delle nostre classi dirigenti dell’importanza dell’infrastruttura gestita da Telecom. In un mondo sempre più caratterizzato da un ambiente “a connessione permanente ” la maggior parte delle nostre attività economiche e politiche passano infatti attraverso internet. Quindi uno Stato attento al suo futuro avrebbe dovuto avere a cuore la realizzazione di una infrastruttura di telecomunicazioni moderna e aperta a tutti.

Non è andata così. Ancora una volta Telecom cade preda per pochi soldi dell’arrembante di turno. Era successo con i capitani coraggiosi e con gli illuminati milanesi. Oggi il destino ci riserva le truppe spagnole. Molti sono stati i commenti in queste ore da parte del mondo politico che improvvisamente o si é messo a fare il pianto del coccodrillo o si é abbandonato ad osservazioni esilaranti, come nel caso del Ministro per lo sviluppo economico che ha detto: “mica vero che Telecom é diventata proprietà di Telefonica” o in quello del Presidente del Consiglio che ci ha spiegato che Telecom è una “società privata” e che quello che si può fare è “vigilare” (su che, visto che ormai l’operazione è conclusa).

Intanto, in questi mesi in cui non sono mancati ripetuti campanelli d’allarme, tutti questi signori si sono ben guardati dall’approvare le regole attuative della golden share, cioè della clausola che conferisce un potere di veto allo Stato nelle cessioni di asset strategici per il paese. Con la conseguenza che oggi sul piano giuridico il governo, anche se volesse, avrebbe scarsi poteri.

Cosa dunque succederà nei prossimi mesi. Azzardo, purtroppo, qualche pessimistica previsione. Telefonica raggiungerà il 100% della proprietà della Telco e comunque dovrà confrontarsi con il debito di Telecom, incominciando ad operare dismissioni di attività e di personale. Quindi Telecom dovrà: vendere le redditizie attività in Sud America, in particolare Tim Brasile, lasciando tra l’altro spazio all’operatore mobile di Telefonica (Vivo); collocare in cassa integrazione migliaia di dipendenti; cedere malamente, chi sa come e a chi, la rete. Tutto questo con buona pace di quelli che si illudono o fanno finta di illudersi di prossimi copiosi investimenti per la fibra ottica.

Infine, chi perde e chi guadagna. Ci perdono i cittadini italiani, ancora ampiamente attaccati alla rete dell’ex operatore monopolista, Telecom medesima e i suoi dipendenti e soprattutto le nostre legittime speranza di essere inclusi nelle grandi opportunità offerte dall’innovazione tecnologica.

Ci guadagnano sicuramente i saprofiti della finanza che hanno venduto al meglio possibile le loro quote nella Telco, la pur claudicante Telefonica e forse il solito signore. Chi? B. E si perché le sue aziende vanno con il vento in poppa, pur nella crisi del sistema delle comunicazioni italiano e un operatore forte come Telecom è sempre meglio perderlo che trovarlo.