Oggi Telecom, gravata ab origine da miliardi di euro di debiti mai ripianati. Domani Alitalia, che potrebbe diventare francese con sei anni di ritardo rispetto all’ipotesi originaria contro cui Berlusconi costruì la retorica elettorale dei patrioti. Il capitalismo senza capitali all’italiana svende i suoi antichi gioielli, ma non prima di averli spogliati di tutto. E se il caso Parmalat fece esplodere il marcio del sistema – e regalò ai francesi di Lactalis una azienda produttivamente sana ma economicamente fondata sui falsi in bilancio – non c’è bisogno dei processi per avere il quadro di un Paese in saldo. Il caso della compagnia di bandiera, che doveva restare italiana e oggi rischia di cambiare nazionalità a prezzo da outlet, rimane la cartina di tornasole di un osso – l’industria italiana – spolpato fino al midollo e poi lasciato al suo destino. E se nel 2007 Air France era pronta ad offrire sei miliardi per accollarsi il nostro vettore, oggi prende tempo, chiede rassicurazioni e punta a spendere il meno possibile senza prendersi i debiti, mentre l’operazione italianità ha accumulato più di un miliardo di rosso e i cittadini si sono accollati i 4,5 miliardi di costi dell’operazione. 

Telecom, insomma, non fa eccezione alla logica dei poteri (ex) forti. Non a caso, immediatamente dopo l’ufficializzazione della vendita, Mediobanca ha diramato una nota per proclamare l’utile realizzato con la prima fase dell’operazione. In dettaglio, si legge, a seguito dell’aumento di capitale Telco sottoscritto da Telefonica, operazione che valorizza Telecom Italia con un premio dell’85% rispetto alle attuali quotazioni, la partecipazione Mediobanca al capitale sociale di Telco si riduce dall’11,6% al 7,3% (e quella in trasparenza in Telecom Italia dal 2,6% all’1,6%). Inoltre a seguito del parziale acquisto da parte di Telefonica del prestito soci, Mediobanca riduce il prestito soci di pertinenza per 35 milioni (da 78 a 43 milioni) attraverso il concambio in azioni Telefonica e realizza un utile di circa 60 milioni realizzato nel primo trimestre. Del resto si parlerà con l’anno nuovo. 

Tradotto, dopo essersi contesi per 16 anni il controllo di Telecom Italia, trofeo ambito nelle loro guerre di potere, gli ex poteri forti l’hanno consegnata, per pochi spiccioli, a Telefónica España, rattoppando in questo modo i propri bilanci. Nel frattempo Telecom è stata una macchina da soldi che ha propiziato arricchimenti e carriere. Adesso non c’è più niente da spolpare ed è un problema di cui liberarsi al più presto. Le cosiddette “banche di sistema” e i profeti dell’italianità riscoprono gli imperativi categorici del mercato. Il governo tace. Il viceministro alle Comunicazioni, Antonio Catricalà, ha detto ieri: “Vorremmo che tutte le aziende fossero italiane, ma non viviamo nel mondo dei sogni”. Altro che Agenda Digitale: l’Italia rischia di restare senza Internet e pure senza telefoni. Un’esagerazione? La complessa partita a scacchi che sta portando all’eutanasia di Telecom rende fondato il timore.

Al centro della scena c’è il presidente di Telecom Italia, Franco Bernabè. Ha bisogno di capitali da investire sulla rete del futuro ma l’azienda non li ha perché è ancora gravata da 40 miliardi di debiti accumulati da Roberto Colaninno (che scalò il colosso a spese della stessa Telecom nel 1999) e da Marco Tronchetti Provera che la rilevò nel 2001. Bernabè punta a a un aumento di capitale, cioè i soci che iniettano denaro nell’azienda.

Ma i padroni di Telecom non vogliono scucire un euro, perché quando hanno comprata lo hanno fatto per il controllo (in italiano corrente: il potere) e non per investire nelle telecomunicazioni. E del resto è comprensibile, basta guardare come è composto il salotto buono denominato Telco. Questa scatola appositamente costituita nell’aprile 2007 ha acquistato dalla Pirelli di Tronchetti le azioni Telecom a 2,8 euro l’una, con un investimento di 4,5 miliardi.

Oggi il 22,45 per cento di Telecom, che basta a Telco per comandare, vale in Borsa circa 750 milioni (ieri il titolo ha chiuso a 0,59 euro: in sei anni hanno perso tre quarti dell’investimento). I soci di Telco sono Telefónica España con il 46,18 per cento, Mediobanca e Intesa Sanpaolo con l’11,62 per cento a testa e Assicurazioni Generali con il 30,58 per cento. Il numero uno di Mediobanca, Alberto Nagel, ha detto a chiare lettere che lui vuole sbarazzarsi dell’imbarazzante investimento, e che certo non si sogna di mettere altri soldi. Il boss di Generali, Mario Greco, è sulla stessa linea: come spiegare agli azionisti che la compagnia ha perso un miliardo e mezzo per giocare con i telefoni? Nagel e Greco hanno dichiarato all’unisono guerra a salotti, patti di sindacato e capitalismo di relazione, e si comportano di conseguenza. Tace con vivo imbarazzo Enrico Cucchiani, capo di Intesa Sanpaolo, che si è autoeletta “banca di sistema” (ha all’attivo il capolavoro della difesa dell’italianità di Alitalia).

Il numero uno di Telefónica si è rassegnato a offrire agli altri soci Telco fino a 1,09 euro per azione, più del doppio del valore di mercato (perché loro possono, ai piccoli azionisti invece non tocca niente se il controllo delle società quotate si scambia con meno del 30 per cento delle azioni). Le trattative sono ferventi, con varie riunioni nella sede milanese di Mediobanca. In pratica Cesar Alierta pagherà al massimo 850 milioni, probabilmente in due tranche. Per una società che vale in Borsa oltre 11 miliardi è un sacrificio accettabile, soprattutto se serve a paralizzarla.

Alierta non intende mettere un solo euro nella società italiana. Ha già detto a Bernabè che se vuole investire sulle tlc italiane può vendere Telecom Argentina e Tim Brasil, cioè i due unici pezzi del residuo impero che producono utili. Il fatto è che in Argentina e Brasile ci sono anche le controllate di Telefónica, alle quali le società italiane fanno una fastidiosa concorrenza. E la sorte di Telecom Italia senza l’America Latina è segnata.

Gli azionisti italiani in fuga hanno un alibi perfetto: anche se non vendono è uguale. Infatti nel 2007, all’inizio dell’avventura, hanno consegnato ad Alierta un diritto di veto su ogni decisione importante, per esempio gli aumenti di capitale. Quindi Bernabè, anche se Mediobanca, Intesa e Generali non vendessero, non potrebbe mai portare al cda la proposta di aumento di capitale, perché Alierta la bloccherebbe. E neppure un aumento di capitale riservato a un nuovo socio: siccome si parla di 3/5 miliardi, chi paga diventa padrone e Alierta non vuole. Bernabè ha fatto sapere che se le cose vanno avanti così, il suo addio sarà automatico. Ma la Telecom è stata consegnata al suo concorrente Telefónica nel 2007, e la politica se ne accorge (forse) solo adesso che è tardi. Infatti fa finta di niente.

Twitter @giorgiomeletti

da Il Fatto Quotidiano del 24 settembre 2013

aggiornato da Redazione Web alle 14.10