I giochi per la successione ormai sono chiusi e al fatto che non sarà rieletto si è quasi rassegnato. “Che cosa vuole farci, secondo qualcuno il mio era un marketing territoriale al rovescio. Creavo cioè un danno, allontanavo gli investimenti denunciando la presenza della ‘ndrangheta. Secondo me non era così, ma evidentemente in tanti non lo hanno capito”. Enrico Bini, l’imprenditore e presidente della Camera di commercio di Reggio Emilia che nell’ottobre 2008 denunciò per la prima volta e apertamente le infiltrazioni mafiose nella economia della sua terra e i silenzi che circondavano il fenomeno, parla del suo immediato futuro. È ormai certo che non sarà rieletto malgrado l’istituzione che ha guidato dal 2008 sia diventata a livello nazionale un esempio sul tema della lotta alla criminalità organizzata. “È chiaro che il mio impegno e quello della mia giunta sul tema hanno inciso sulla mia mancata rielezione. Il nostro è un territorio che fa fatica a fare i conti con la questione e forse pensava forse di non essere coinvolto”. Forse la battaglia del presidente non faceva comodo a tutti: “L’economia illegale fa molti affari con quella legale. Non tutti sono consapevoli, ma spesso da queste parti si lavora con ditte legate alla malavita”.

Le parole di Enrico Bini fecero scalpore quando cinque anni fa, durante un convegno al quale partecipavano anche Sonia Alfano e Salvatore Borsellino, denunciò pubblicamente il silenzio delle istituzioni e l’inquinamento concreto che le cosche stavano portando nell’economia reggiana: “Se le infiltrazioni mafiose ci sono, è perché c’è chi dà lavoro a ditte chiacchierate” disse allora. Da quello stesso convegno, in cui si parlò anche di un certo immobilismo della magistratura nella lotta alle infiltrazioni, scaturirono pochi mesi dopo le dimissioni del procuratore capo di Reggio Emilia.

Allora Bini, che era capo del Cna e di lì a poco sarebbe arrivato ai vertici della Camera di commercio, parlò anche di minacce nei suoi confronti. Oggi è sereno: “Non ho mai avuto paura per la mia incolumità. L’importante è non essere lasciati soli. Al mio fianco c’è stata l’associazione Libera di don Ciotti e altre realtà. Certo – prosegue Bini – all’inizio le istituzioni non c’erano. Poi con l’arrivo del prefetto Antonella De Miro tutto è cambiato. In meglio”.

Bini ha puntato tanto sulla lotta alle infiltrazioni. Da uomo proveniente dal mondo degli autotrasporti, conosce bene la ‘ndrangheta per averla vista operare con i propri occhi quando a Reggio, con i cantieri dell’Alta velocità, faceva affari d’oro. Oggi snocciola con una punta d’orgoglio i risultati del suo quinquennio: “Abbiamo aperto uno sportello con Libera dove gestiamo contro il racket e l’usura, uno che si occupa dei beni confiscati alle organizzazioni mafiose. Abbiamo avviato l’osservatorio economico per la coesione sociale e la legalità che agisce a livello provinciale, mentre una volta i controlli erano comunali, sconnessi tra loro. Ogni sei mesi, insieme alla fondazione intitolata al magistrato Antonino Caponnetto, pubblichiamo un dossier che aggiorna la questione delle infiltrazioni nella nostra provincia”. Bini va fiero del suo lavoro. “La nostra è una Camera di commercio pilota a livello nazionale sulla lotta alla mafia”.

Secondo le voci cittadine, dietro la decisione dei soci della Camera di commercio di non rinnovare Bini e di convergere sul nome di Stefano Landi, proveniente invece dal mondo degli industriali, ci sarebbero, più che una vendetta per l’impegno antimafia, intricati giochi politici e di rotazione tra le varie componenti dell’economia reggiana (Unindustria, Legacoop, Cna, Coldiretti, Confesercenti, Confcommercio, Confartigianato, etc) per cui il presidente uscente non poteva stare al suo posto. Comunque sia, Bini non è stato premiato e anzi, tutto il suo lavoro, compreso quello della lotta alla mafia, rischia di essere vanificato. “Vedremo fra un anno e ne riparliamo, io il mio impegno lo proseguo anche da cittadino e da imprenditore del mondo degli autotrasporti”.

Negli ultimi anni peraltro la mafia in Emilia ha altre mire: “Una volta i loro affari erano nell’edilizia e nei trasporti, la movimentazione. Adesso, con la crisi economica, gli affari della ‘ndrangheta si sono spostati sul gioco d’azzardo, sull’usura, perché le imprese vanno da chi offre quei soldi che le banche non danno più. E poi ovviamente lo spaccio di droga, il primo provento della malavita in Emilia Romagna”.