“Ti taglio la testa, non mi comanda nessuno”: il narcos vicino ai clan e le minacce ad agenti e direttrice del carcere
Zio ‘Ntoni, al secolo Antonio Mancuso, è un “elemento apicale della consorteria mafiosa di Limbadi”. Francesco Orazio Desiderato quel cognome pesante nel mondo criminale se lo è sempre portato dietro mettendolo spesso sul tavolo delle trattative “malandrine”. Già perché Desiderato, oggi in carcere con una richiesta di condanna a 30 anni per traffico di sostanze stupefacenti avanzata dalla Procura di Milano, non è un mafioso. Nel suo casellario non si incontra mai una condanna per mafia. Eppure, lo si legge anche negli atti dell’ultima inchiesta, la vicinanza è certificata. Se non altro perché di Zio ‘Ntoni, Orazio è nipote. Il suo core business criminale, atti alla mano, è sempre stato la droga. “Quello che ha fatto Orazio – dice di se stesso – voi non lo fate in 50 anni. Io mi prendevo i soldi dalle sei del mattino. Voi vi drogate, io vado e faccio i soldi, c’è poco da dire”. Ora sta nel supercarcere di Opera nella sezione Alta sicurezza, quella dedicata ai criminali di peso: ‘ndrangheta, camorra, malavita milanese. E da qua ha chiesto di essere trasferito in una comunità per poter meglio curare la sua grave malattia. Richiesta rispedita al mittente dalla Procura che ha dato parere negativo, in attesa della decisione del Tribunale. Se da un lato, infatti, i pm non intendono “in alcun modo sottovalutare il quadro sanitario prospettato dalla difesa”, dall’altro le condizioni di salute di Desiderato non possono superare le stringenti esigenze cautelari in carcere. Esigenze che, come già rivelato dal Fatto, si fondano su una recentissima indagine della Polizia penitenziaria che per mesi ha intercettato Desiderato nella cella di Opera su delega dei pm Simona Ferraiuolo e Gianluca Prisco titolari dell’ultima inchiesta oggi a processo e per la quale l’accusa ha chiesto 30 anni per il narco-broker parente dei Mancuso. Ne emerge un quadro accusatorio allarmante e che pone il narcos Desiderato al centro di una piazza di spaccio all’interno dello stesso carcere di massima sicurezza.
“Marcata capacità criminale”
Molte di queste intercettazioni, oltre che nella cella, avvengono durante i colloqui con la compagna. Da queste, scrive il pm nel suo parere negativo, emerge “il profilo di un soggetto dotato di marcata capacità criminale, relazionale e organizzativa, che, nonostante la condizione detentiva e l’inserimento in un circuito di Alta Sicurezza, avrebbe conservato una significativa capacità di incidere sulle dinamiche illecite interne all’istituto e di mantenere collegamenti con l’esterno”. Desiderato così, secondo la Procura, mostra “una personalità capace di adattarsi alle limitazioni imposte, di creare e mantenere reti relazionali, di individuare intermediari e di utilizzare tali rapporti per il perseguimento dei propri obiettivi”. Dicevamo, niente condanne per mafia. Di certo però Orazio Desiderato non vede di buon occhio i collaboratori o i pentiti. Tanto da raccontare alla sua donna l’incontro con colui che nell’ultima inchiesta ha deciso di collaborare con la giustizia assestando un colpo decisivo all’organizzazione di Desiderato. “Io – dice il narco broker – lo volevo ammazzare, io stavo andando all’aria, lo chiamano. Vedi che scende all’aria. Non mi devi salutare capito? Perché tu sei un 58 di merda! Voi siete tutti 58! Tutti collaboratori. Tutti dissociati, tutti che andate a raccontare! Così state uscendo, ma come cazzo uscite! Figlio di puttana, pezzo di merda, ti tagghiu la testa a tia e a tutta la razza tua!”. Non proprio le parole di un chierichetto.
“Ti faccio ammazzare a te e la tua famiglia”
Il tono, se possibile, aumenta, quando dopo una perquisizione nella sua cella, il 10 settembre scorso si rivolge a un agente della Polizia penitenziaria: “Io t’ammazzo pure fuori! Io ti faccio ammazzare pure fuori, a te e alla tua famiglia (…). Ti taglio la testa pure a te, perché m’ha ruttu u cazzu, ma cu cazzu sì? Io non ti considero, a me non mi comanda nessuno, non comando e non mi faccio comandare (…). Hanno fatto l’errore della vita loro, te lo posso garantire finché muoio”. Parole che, secondo i pm, descrivono “un soggetto che mostra una significativa difficoltà ad accettare dinieghi, limiti o determinazioni non conformi alle proprie aspettative e che, quando percepisce l’interlocutore quale ostacolo al risultato perseguito, può ricorrere a modalità pressorie e intimidatorie”. Questo passaggio riguarda anche la vicenda delle presunte minacce che il trafficante ha rivolto alla direttrice sanitaria del carcere. La vicenda rientra nella volontà di Desiderato di andare in differimento pena in una comunità di Ponte Lambro. Per poterlo fare, ricostruisce la Polizia penitenziaria, ha però necessità di una serie di dati medici ben precisi. Per questo, riportano gli inquirenti, non manca di minacciare la direttrice sanitaria del carcere. Ecco le sue parole riferite alla compagna sempre durante un colloquio: “Perché io le ho detto: ‘Guarda se eri maschio, ti avrei fatto la faccia tanto gonfia. Se non scrivi la verità dalla prossima volta ti vedo maschio e ti spacco la testa’”. Così alla fine la direttrice dirà al narco-boss: “Guarda, hai trovato il posto, perché ti devi operare e io non ti posso operare. Fai la cosa, vattene lì. Io metto che tu devi andare lì e te ne vai, così ti curi e stai in pace”. E se il carattere è quello che è, secondo la Procura, il parente dei Mancuso mantiene continue relazioni e contatti con l’esterno. E lo fa, sostengono gli inquirenti, grazie al ruolo della sua compagna. Secondo i pm “Desiderato è punto di raccordo interno di più direttrici relazionali” e il rapporto con la compagna “è esteso a possibili funzioni di collegamento con l’esterno”. Tanto che “le conversazioni intercettate rafforzano questa prospettiva, poiché la donna appare destinataria di informazioni e indicazioni operative, nonché soggetto che gestisce aspetti economici e relazionali riferibili al Desiderato”. Ruolo non facile.
La compagna: “Quello che ho fatto, non si può fare”
E così la donna, sfogandosi al colloquio, svela il suo di intermediario: “Non dovrei stare neanche qua seduta … andateci voi, fate voi, siete in grado solo voi. Quello che ho fatto o non ho fatto, non si può fare. Lo sapevi già prima (…). Ho scritto, mi ha detto che era già occupato, cosa dovevo fare? Lo fai tu, quando esci lo fai tu quello che dovevo fare”. La caratura criminale di Orazio Desiderato emerge, diciamo così, per sottrazione. Il fatto che il narcos sia dentro, ha rimescolato gli equilibri sulla piazza di Milano. E’ lui stesso ad ammetterlo: “Quando c’ero io non esisteva niente, mi dispiace. Io sono qua”. Minacce e controllo del territorio, comando e ambasciate all’esterno. “Desiderato – proseguono i pm nel loro parere contrario all’istanza di differimento pena – emerge quale possibile figura centrale di raccordo di un sistema organizzato, dedito alla gestione di canali comunicativi clandestini e alla movimentazione di sostanze stupefacenti all’interno dell’Istituto. Tale ruolo viene desunto dalla convergenza di rapporti con detenuti di elevato profilo criminale, dai collegamenti esterni anche con l’utilizzo di droni, dai contatti con la consorteria Buongiorno, dai riferimenti a Salvatore C. (clan Giuliano di Forcella, ndr) e dalla possibile disponibilità di telefoni cellulari non autorizzati”. Tra i contatti emersi, oltre a soggetti dei clan di camorra, come la famiglia Contini e la Paranza dei bambini, emergono contatti con i Buongiorno, ras della droga nelle piazze di San Donato Milanese e con Luigi Ruggiero, considerato dalla Procura a capo del gruppo criminale dei Rozzanesi assieme al defunto Chicco Pagani. Lo stesso Ruggiero il 4 dicembre 2025 durante un processo in cui è imputato per droga prese la parola è in aula minacciò il pm Francesco De Tommasi. “Il dottor De Tommasi – urlò – deve smettere di perseguitarmi mi ha fatto prendere 30 anni”.
Intermediari e rapporti criminali
Senza contare, conclude poi la Procura, che il progetto della comunità in cui dovrebbe andare Desiderato è “caratterizzato da una funzione prevalentemente educativa, trattamentale e risocializzante, e non propriamente custodiale”. Inoltre “la criticità principale non risiede nel solo pericolo di fuga”, secondo la Procura “il rischio più significativo è costituito dalla capacità del Desiderato di mantenere collegamenti, veicolare informazioni, servirsi di intermediari, coltivare rapporti criminalmente qualificati”. Per questo “la struttura proposta, per quanto seria nella propria finalità, non risulta dotata di strumenti equivalenti a quelli propri dell’ambiente carcerario” e ciò “assume particolare importanza considerando che gli strumenti detentivi ordinari non hanno impedito a Desiderato, secondo le risultanze investigative, di continuare ad assumere droga, di inserirsi nel circuito di traffico di stupefacenti e telefoni e di mantenere collegamenti con l’esterno”. E dunque “se tali capacità hanno potuto manifestarsi in un istituto penitenziario di Alta Sicurezza, appare ragionevole ritenere che esse potrebbero trovare spazi sensibilmente maggiori in un contesto residenziale improntato alla progressiva autonomia e al reinserimento sociale”. Dopodiché, chiude la Procura, nella comunità prescelta “non emerge l’esistenza di un presidio sanitario specialistico interno specificamente organizzato per la gestione delle patologie organiche poste dalla difesa a fondamento dell’istanza”. Insomma, Orazio Desiderato chiede di andare in comunità, la Procura è contraria, nel frattempo pesa una richiesta di condanna a 30 anni. E oggi pomeriggio si torna in aula.