“Mentre il sole tramonta su Teheran, auguro a tutti gli ebrei e specialmente agli ebrei iraniani un benedetto Rosh Hashanah”. Con questo breve messaggio trasmesso ieri pomeriggio su Twitter, il presidente iraniano Hassan Rouhani è riuscito a rinnovare d’un colpo la comunicazione del vertice della Repubblica islamica. E a spiazzare non poco media ed analisti occidentali e israeliani. Gli auguri del presidente iraniano per il capodanno ebraico, il Rosh Hashanah appunto, da mercoledì 4 a venerdì 6, inizio dell’anno 5774 del calendario religioso ebraico, sono stati di certo i più inaspettati e i meno di circostanza. Rouhani ha mandato tre messaggi, se non quattro, con un unico cinguettio.

Primo, la retorica anti-israeliana, a volte anti-ebraica, intrisa di millenarismo e toni apocalittici dell’era di Mahmoud Ahmadinjed è prossima alla fine. Secondo, visto che twitter ufficialmente non è ammesso in Iran, ci potrebbero essere aperture sul fronte delle libertà digitali e della libertà di comunicazione. Terzo, anche il vertice della Repubblica islamica ha (finalmente) uno staff di comunicazione capace di usare in modo creativo i social media. Gli è stato dietro il nuovo ministro degli esteri, Javad Zarif, già ambasciatore all’Onu, con un passato accademico tra l’università di Teheran e quella di Denver. Rispondendo a chi, su Twitter, ricordava il negazionismo di Ahmadinejad, Zarif ha scritto: “L’Iran non lo ha mai negato (la Shoah, ndr). La persona che ha dato l’impressione di negarla ora non c’è più. Buon anno nuovo”.

Rouhani si è insediato ufficialmente il 4 agosto: troppo poco per giudicare se dietro uno stile più sobrio e moderato ci sia anche una sostanza, soprattutto viste le sfaccettature complesse del sistema di governo iraniano, in cui, come nota sul quotidiano israeliano Haaretz Zvi Bar’el, Rouhani si colloca in qualche modo a metà strada tra i riformisti come Mir Hossein Moussavi e Mehdi Kharrubi (i protagonisti delle proteste del 2009, contro il furto elettorale della rielezione di Ahmadinejad) e i conservatori che fanno capo alla Guida Suprema Ali Khamenei. Un mese è abbastanza, però, per captare alcuni segnali che arrivano da Teheran, almeno da una parte dell’establishment. Il primo segnale è che, al contrario di Khamenei e di altri esponenti del governo e del sistema politico, Rouhani non ha fatto dichiarazioni roboanti sulla crisi siriana. Certo, non ha modificato l’alleanza di Teheran con Damasco, ma non ha nemmeno minacciato fuoco e fiamme in Medio Oriente in caso di intervento internazionale.

Il secondo segnale, anch’esso annunciato in un tweet di ieri, è che è stato cambiato il team di negoziatori iraniani che segue il dossier nucleare. Un cambiamento rilevante, perché il dossier è stato tolto dalle mani del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, dove la voce del presidente, per quanto autorevole – per 16 anni ne è stato segretario – era però controbilanciata da quella degli altri componenti, più vicini a Khamenei. Nel cinguettio Rouhani scrive: “Il presidente Rouhani nomina un nuovo team di negoziatori per continuare il dialogo con l’Iaea (Agenzia internazionale per l’energia atomica, ndr). Siamo pronti per negoziati seri e sostanziosi”.

Non è escluso che nelle prossime settimane, se il segnale viene debitamente colto dai paesi del cosiddetto 5+1 (i membri del consiglio di sicurezza più la Germania) o da qualche altro paese (tipo l’Italia), da Teheran potrebbe arrivare una proposta destinata a disinnescare il dossier nucleare. Forse già nel discorso che Rouhani terrà all’Assemblea generale dell’Onu, che si apre il 17 settembre a New York. L’Assemblea, si vocifera nei corridoi diplomatici, potrebbe servire perfino – nelle ipotesi più ardite ed ottimiste – per un discreto faccia a faccia tra Rouhani ed Obama, o almeno per una stretta di mano, sempre evitata con Ahmadinejad. I tempi non sono ancora maturi, forse, ma se Rouhani ha mostrato di poter sfruttare un piccolo effetto sorpresa, Obama potrebbe non essere da meno. E infine, l’augurio per il capodanno ebraico. Un gesto simbolico, certo, ma il cui senso di apertura non può essere sottovalutato, soprattutto per la benedizione estesa “agli ebrei di tutto il mondo”. Ora sta alle altre leadership, da quella israeliana a quella statunitense e a quelle europee raccogliere i segnali e rispondere a tono. Se ciò accadrà, anche con le dovute possibili cautele, il 5774 potrebbe iniziare piuttosto bene. E per il Medio Oriente una buona notizia vale doppio.

di Joseph Zarlingo