Trabocca di energia la pagina Facebook di Stop Vivisection (oltre 74.000 fan in rapida crescita), dove si chiede alla Commissione Europea una legge sulla sperimentazione animale radicalmente diversa da quella approvata a Strasburgo tre anni fa: meno prona alle richieste di competitività e segretezza delle multinazionali del farmaco, più adeguata ai tempi e ai sofisticati metodi di indagine bio medica e tossicologica cruelty-free di cui – a volerlo – disponiamo.
In un post, una ragazza in t-shirt bianca annuncia con malizia: “Io sono per la chirurgia ETICA. Bisogna rifarsi il SENNO”. Proprio lì accanto campeggia lo stupore di Kirk, il mitico capitano della vecchia serie tv Star Trek: “Prima di andare a cercare la vita su altri pianeti, non potremmo smettere di ucciderla su questo?”. Victor Hugo, presidente onorario della Lega francese contro la vivisezione, nel 1882, viene immortalato da uno striscione degli attivisti francesi con la sua frase
preferita: “La vivisezione è un crimine”. Insieme con lui, tra i nemici storici del maltrattamento animale e della vivisezione vengono chiamati in causa Alphonse de Lamartine, George Bernard Shaw, Gandhi, Emile Zola, Mark Twain, Albert Schweitzer: “Coloro che sperimentano sugli animali non dovrebbero mai acquietare la loro coscienza dicendo a se
stessi che queste crudeltà hanno uno scopo lodevole”.
Nei commenti dei visitatori come nei post s’intrecciano tutte le lingue: l’inglese, il francese, l’italiano, lo spagnolo, il tedesco, il portoghese, lo svedese, il bulgaro, lo sloveno… Varia molto anche lo spessore dei linguaggi utilizzati: si va dall’invettiva (“fuck vivisection”) al misurato video-appello in giacca e cravatta di Jeremy Rifkin, il profeta della società dell’empatia, della terza rivoluzione industriale e del superamento della sperimentazione animale: “Spero che tutti voi
vi uniate a me nell’appoggiare quest’impresa, che chiede di mettere fine a una pratica insensata”.
Ecco quindi le vignette di Wolinski, il più celebre “cronista disegnatore” francese, che assieme al fondatore di Charlie Hebdo, François Cavanna, fa il tifo per la campagna antivivisezionista in corso in tutta Europa. Moni Ovadia ha realizzato un video – in italiano e in inglese – nel quale legge i punti salienti della direttiva: un vademecum della vergogna, un suppliziario medievale che andrebbe mostrato in tutte le scuole almeno una volta all’anno.
Testimonial della prima ora, insieme con Beppe Grillo, Jane Goodall, Dacia Maraini e Sveva Casati Modignani, erano stati Gabriele Basilico e Margherita Hack. Che ora non ci sono più, ma di cui si ricordano la generosità e l’impegno.
Per legge (una legge dell’Unione europea operativa da poco più di un anno), se l’Iniziativa ottiene 1 milione di firme entro la fine di ottobre, la Commissione europea sarà tenuta a prendere in esame la richiesta di Stop Vivisection: che è quella di
rendere obbligatori i metodi sostitutivi esistenti, di optare per una strategia di ricerca medica e tossicologica animal-free. Un obiettivo “trasversale” che accomuna centro, destra e sinistra, e le categorie sociali e professionali più diverse.
Almo Nature, azienda leader nel settore dei cibi naturali per animali, ha affidato la sua duplice campagna di sostegno – in Italia e in Francia – all’estro della bravissima artista della sabbia Ilana Yahav.
La regista Lorena Melchiorre è riuscita a filmare i cani di Green Hill con le nuove famiglie affidatarie: un minuto di scene straordinariamente gioiose mentre un’attrice spiega che cos’è la Direttiva. Mentre negli spot di Radio Monte Carlo che invitano a firmare per Stop Vivisection si sono sentiti, in inedita successione, Teo Teocoli e Vittorio Feltri, Gioele Dix, Renato Zero, Giorgia, Claudia Gerini, Edoardo Stoppa, Paolo Berlusconi…
Sottoscrivono il sindaco di Napoli, Luca dei 99 Posse, il Sel, la Fondazione Brigitte Bardot, Animals Asia, gli spagnoli di Igualdad animal, i medici tedeschi di Ärtze-gegen-Tierversuche.

La pagina fb di Stop Vivisection è ricca di sorprese, di vita e di colore. Ma nessuno dimentica che l’argomento vero sono la tortura, la morte, il potere, i soldi. E dietro le vignette, gli slogan, le testimonianze dei personaggi famosi, scorrono i link ai pezzi da novanta: che sono gli studi, le denunce e le argomentazioni di medici e scienziati che ormai numerosissimi si oppongono alla pratica della vivisezione: per esempio, il rapporto dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti intitolato Toxicity Testing in the 21st Century: a Vision and a Strategy (…) , con il quale Washington promuove

concretamente il superamento della sperimentazione animale, giudicata obsoleta e inutile, chiamando a raccolta tutte le principali agenzie di ricerca Usa; oppure lo studio pubblicato da una delle più autorevoli riviste scientifiche del mondo, Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas) e ripreso dal New York Times dove si dimostra che miliardi di
dollari del contribuente e molte decine di milioni di topi sono stati “sacrificati” con l’obiettivo di trovare una cura per sepsi, bruciature e traumi, con risultati pari a zero. Per quale motivo? Perché le cure che spesso funzionano benissimo sugli animali non sono trasferibili all’uomo. E lo stesso potrebbe valere – dicono gli autori dello studio – per malattie quali il cancro e le cardiopatie.
Oppure l’intervista a Claude Reiss, direttore emerito di laboratorio del Pnrs di Parigi, ex docente di biochimica all’Università di Lille e promotore di Stop Vivisection, secondo il quale “il fatto che la stessa sostanza chimica possa essere dichiarata inoffensiva oppure cancerogena a seconda della specie animale utilizzata, fa della sperimentazione animale lo strumento per eccellenza per commercializzare ogni tipo di prodotto, anche se pericoloso, e per mettere a tacere le vittime che osassero fare causa al produttore”.
Argomento scottante: un panel di super esperti americani ha analizzato l’utilità degli studi su animali per escogitare contromisure utilizzabili in un eventuale attacco bio-terroristico. Si sono dovuti arrendere, riconoscendo che l’unica strada percorribile sono studi che facciano uso di metodologie specie-specifiche. Non esistono “modelli animali” adeguati e utilizzabili: è necessaria una svolta (Thomas Hartung, Look Back in Anger – What Clinical Studies Tell Us About Preclinical Work, Altex. 3/13).
Per me la svolta è semplice: essere per la vita, sempre. Per una ricerca che non massacri gli animali e che sia utile a tutti noi. Solo le firme online – le uniche al momento conteggiabili – sono già 560.000.