Di sicuro c’è solo che non ha mai smesso di produrre e inquinare. La parafrasi di un famoso articolo di Tommaso Besozzi sulla morte del bandito Giuliano basta a racchiudere un anno di Ilva. Già, perché durante i dodici mesi trascorsi dal sequestro senza facoltà d’uso disposto dalla magistratura l’unica certezza per i tarantini è che l’azienda dei Riva non ha smesso nemmeno per un attimo di produrre acciaio e diffondere “malattia e morte”, come hanno spiegato i periti del gip Patrizia Todisco. In dodici mesi, inoltre, due governi italiani (Monti e Letta) sono stati capaci di varare due decreti ‘salva Ilva’, di nominare un Garante per l’attuazione dell’Autorizzazione integrata ambientale (Vitaliano Esposito), un commissario straordinario (Enrico Bondi, già amministratore delegato dell’azienda), un sub commissario (Edo Ronchi) e un comitato di tre esperti; eppure non sono riusciti ancora a bloccare le emissioni nocive che dallo stabilimento siderurgico si diffondono sul vicino quartiere Tamburi e sui territori dei comuni di Taranto e Statte. Un anno di battaglia giudiziaria e istituzionale. Un conflitto tra giudici, periti, ambientalisti, commissioni e imprenditori che ha tirato in ballo persino la Corte costituzionale e l’Unione Europea. Eppure, tra gli operai e i cittadini, serpeggiano rassegnazione e paura. Nulla è cambiato. Vale la pena ripercorrere le tappe fondamentali per capire come lo Stato stesso abbia deciso più volte di scendere in campo in difesa di un’azienda che “ha inquinato con coscienza e volontà”.

26 LUGLIO 2012
Su richiesta del pool di inquirenti guidato dal procuratore Franco Sebastio, il gip Patrizia Todisco dispone il sequestro senza facoltà d’uso di sei reparti dell’area a caldo dell’Ilva. I carabinieri del Nucleo operativo ecologico, al comando del maggiore Nicola Candido, notificano inoltre sette ordinanze di custodia cautelare ai domiciliari per Emilio Riva, 87enne ex patron dell’Ilva, al figlio Nicola, ex presidente del cda Ilva, all’allora direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso e quattro dirigenti della fabbrica. I reati contestati vanno dal disastro ambientale all’avvelenamento di sostanze alimentari, dall’omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro al getto pericoloso di cose. Principali elementi contro gli indagati sono le maxiperizie ambientale ed epidemiologiche che per la prima volta spiegano nero su bianco la drammatiche condizioni in cui versa la città di Taranto e i suoi abitanti per le emissioni della fabbrica. Il gip nomina tre custodi giudiziari ‘tecnici’ – gli ingegneri Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento – e un custode ‘amministratore’ – il commercialista Mario Tagarelli – .

7-21 AGOSTO 2012
Il tribunale del Riesame conferma il sequestro senza facoltà d’uso, ma concede all’azienda di “utilizzare gli impianti per il risanamento”, una formula che di fatto creerà un’incertezza sulla quale l’azienda punterà per non fermare gli impianti inquinanti. I giudici, inoltre, escludono Tagarelli dal collegio dei custodi e lo sostituiscono con Bruno Ferrante, subentrato a Nicola Riva il 10 luglio come presidente del cda Ilva. Vengono confermati i domiciliari solo per Emilio e Nicola Riva e l’ormai ex direttore Luigi Capogrosso. Dalle intercettazioni emergono i rapporti tra i vertici aziendali e il mondo politico e istituzionale locale e nazionale.

26 OTTOBRE 2012
Il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, nonostante il no di custodi giudiziari e Arpa Puglia, firma la nuova Aia per l’Ilva. Il documento però regolamenta solo le emissioni in atmosfera: Clini spiega che per disciplinare le discariche interne, la gestione dei materiali, i sottoprodotti e rifiuti inclusi, gestione delle acque e delle acque di scarico ci sarà una nuova Aia entro il 31 gennaio 2013. A distanza di un anno non solo non vi è stata alcuna integrazione dell’Aia: la situazione di rifiuti e acque non solo non è regolamentata, ma ci si chiede cosa stiano aspettando gli inquirenti a sequestrare la discarica interna Mater Gratiae dove le balle di amianto vengono stoccate accanto a scarti di lavorazione ancora incandescente.

26 NOVEMBRE 2012
Esplode l’inchiesta Ambiente svenduto. Da oltre 11mila telefonate intercettate si palesa la rete di contatti intessuti dal responsabile delle relazioni istituzionali Ilva Girolamo Archinà, con la politica e la stampa tarantina per tenere la situazione ‘sotto coperta’. La Guardia di finanza di Taranto, al comando del capitano Giuseppe Dinoi, arresta Archinà. Fabio Riva, ex vice presidente del Gruppo Riva Fire, sfugge all’arresto perché all’estero, dove ancora si trova in attesa di estradizione. L’accusa si aggrava: ad Archinà e i Riva viene contestata l’associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale. Ferrante intanto è stato escluso dal collegio dei custodi che lo accusano di non collaborare e al suo posto è tornato il commercialista Mario Tagarelli. Il gip Todisco dispone inoltre il sequestro di 1 milione e 700mila tonnellate di acciaio prodotto dall’Ilva durante il periodo di sequestro.

4 GENNAIO 2013
La procura ricorre alla Corte costituzionale contro il decreto “salva Ilva” convertito in legge il 24 dicembre. Per gli inquirenti la norma viola diversi principi della Costituzione italiana e garantiscono all’azienda un cappa di impunità per 36 mesi. Il sindaco di Taranto, Ippazio Stefano, dopo un’ordinanza con la quale vieta ai bambini di giocare nei giardini del quartiere Tamburi perché contaminati da berillio e altri inquinanti, è obbligato a vietare le inumazioni nel vicino cimitero: anche la ‘nuda terra’ è carica di sostanze nocive.

15 MAGGIO 2013
Il presidente della Provincia Gianni Florido e l’ex assessore all’Ambiente Michele Conserva vengono arrestati perché ritenuti dagli investigatori “asserviti all’Ilva”. Secondo l’accusa, Florido e Conserva avrebbero fatto pressioni sui dirigenti per assecondare le richieste dell’azienda.

24 MAGGIO 2013
Il gip Patrizia Todisco dispone il sequestro per equivalente di 8,1 miliardi di euro nei confronti della Holding Riva Fire che controlla Ilva spa. Secondo le stime dei custodi giudiziari e delle indagini dei carabinieri del Noe e della Guardia di finanza si tratta della somma che i Riva avrebbero risparmiato evitando di mettere a norma lo stabilimento dal 1995 al 2013. Un maxi sequestro che arriva a pochi giorni di distanza dal sequestro preventivo di 1,2 miliardi di euro disposto dai giudici milanesi che hanno indagato Emilio Riva per evasione fiscale. L’intero cda dell’Ilva si dimette. Il governo pensa a un commissario straordinario.

4 GIUGNO 2013
L’ispra e l’Arpa accertano le violazioni dell’Ilva al cronoprogramma Aia e il nuovo ministro dell’Ambiente Andrea Orlando vara il decreto ‘salva Ilva bis‘. Enrico Bondi, fino a questo momento amministratore delegato dell’Ilva, viene nominato commissario straordinario del Governo. Il 27 giugno proprio Bondi invia una relazione firmata dai periti di Emilio Riva al governatore della Puglia, Nichi Vendola, nella quale i tecnici sostengono che le principale cause di tumori a Taranto sono il tabacco, l’amianto e la povertà. I periti dell’Ilva contestano anche il progetto Sentieri affermando che l’Ilva è stata tirata in ballo solo per le pressioni mediatiche e giudiziarie. Il nucleo tributario della Gdf, agli ordini del tenente colonnello Giuseppe Micelli, scopre l’esistenza di un governo ombra nell’azienda: una struttura parallela a quella ufficiale che risponde solo ai Riva.

26 LUGLIO 2013
Il patron, Emilio Riva, suo figlio Nicola e l’ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso tornano in libertà: ad un anno esatto dall’arresto per disastro ambientale, i tre sono usciti di prigione per decorrenza dei termini di custodia cautelare.