Per fortuna ci salveranno loro, i cervelli in fuga. Umiliati dall’incultura delle nostre classi dirigenti, saranno loro a risollevare l’onore dell’Italia. Si chiama eterogenesi dei fini. 
Ma partiamo dall’ultimo episodio, ancora ignoto alle cronache.
 
Venerdì 19 luglio, anniversario della strage di via D’Amelio: a Granada un gruppetto di giovani italiani, guidato da Antonella De Blasio, una ricercatrice precaria dell’Università di Bologna andata a cercar futuro in Spagna con un master, compie un gesto esemplare, dal sapore risorgimentale. Va davanti a un ristorante appartenente alla nota catena spagnola ‘La mafia se sienta a la mesa’ (“La mafia si siede a tavola”), apologia quotidiana di mafia e boss, con arredi, foto e menu intonati alla bisogna, e affigge alle vetrine le copie di un volantino. Sopra, la foto di Paolo Borsellino e l’immagine della devastazione bellica di quel pomeriggio del ’92. Sotto, le domande che suonano come frustate. “Come fate a mangiare in un ristorante che inneggia a chi ha fatto tutto questo? Non vi fa vomitare?”. “Che cosa direste se trovaste a Firenze o a Roma un ristorante con l’insegna ‘Eta os pone tapas’?”. In fondo l’invito finale a non frequentare il ristorante finché non avrà cambiato nome, “per rispetto di tutte le famiglie delle vittime”. Firmato: “Un gruppo di italiani indignati”.

Lo stesso volantino viene infilato sotto i tergicristalli delle auto in sosta tutt’intorno. Di questa catena di ristoranti, sempre più numerosi, il Fatto ha già dato notizia diversi mesi fa, raccontando di un giovane, Mauro Fossati, andato in Spagna per l’Erasmus e scandalizzatosi per questo (ostentato) fiancheggiamento culturale, tanto da decidere di scrivervi la sua tesi di laurea all’Università di Milano, per poi tornare in Spagna a lavorare.

Mauro e Antonella, e altri come loro. Quel che colpisce è che a scandalizzarsi e a reagire a un fatto che offende la sensibilità dell’Italia civile siano dei giovani che non hanno alcuna responsabilità di rappresentanza ufficiale del paese. Ha anzi qualcosa di paradossale il fatto che siano i cervelli in fuga, i nostri giovani all’estero, come è accaduto anche a Vienna di fronte alle salsicce “intitolate” a Falcone, a insorgere e a difendere l’onore dell’Italia, benché ne siano stati “traditi” nelle proprie speranze di futuro.

Che non lo facciano le autorità istituzionali deputate a farlo è incredibile ma purtroppo comprensibile. È senz’altro in linea con il prestigio di un paese nuovamente beffato dagli Stati Uniti, finito agli ordini di una dittatura di periferia, e sempre più associato nell’opinione pubblica internazionale all’umorismo pecoreccio e alla menzogna.

Per fortuna ci sono loro: una nuova generazione di emigrati istruiti che ha respirato nelle scuole e nelle università l’educazione alla legalità, che porta con sé un bagaglio di consapevolezze civili e che ha costruito sul serio, e non retoricamente, un proprio pantheon morale. Saranno loro, come già si vide all’epoca dei girotondi a Parigi, a Londra, a Madrid, e come sempre più spesso si vede all’estero nelle conferenze e nelle manifestazioni civili o culturali, a dare nelle capitali europee l’idea di un’altra Italia, fatta di studio e di decenza.

Ciò detto, restano però alcune domande. La crescita di questa catena di ristoranti in Spagna è ormai cosa nota, e di sicuro ve ne sarà traccia nelle ottime e talora maniacali rassegne stampa governative e ministeriali. Difficile che l’informazione non sia giunta all’orecchio di qualche funzionario della Farnesina. Che passi ha dunque fatto il nostro ministero degli Esteri, recentemente ridicolizzato (con quello degli Interni, si capisce) da un satrapo kazako, per pretendere che in territorio spagnolo venga rispettato ciò che di grande (e sacro, direi) sta nella nostra storia contemporanea, ossia il sangue versato da centinaia di rappresentanti dello Stato e comuni cittadini nella lotta contro le organizzazioni mafiose? A che serve avere un’ambasciata in Spagna se non è in grado di vedere ciò per cui si indignano studenti e ricercatori e se non sa dunque difendere l’onore del paese?

E infine: quanti parlamentari hanno rivolto interrogazioni al governo per sapere come intenda evitare che anche in questo caso ci dobbiamo sentire lo zerbino del mondo?
Così, giusto per sapere.

Il Fatto Quotidiano, 23 Luglio 2013