Massimo Ciancimino? Un depistatore. Il papello? Solo una fotocopia anonima. La testimonianza del colonnello Michele Riccio? Contraddittoria e tardiva. La trattativa con don Vito Ciancimino? Solo un aleatorio progetto investigativo. A cinque anni dall’inizio del processo che lo vede imputato per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra, il generale Mario Mori prende la parola davanti ai giudici della quarta sezione penale di Palermo. Dopo che con la sua lunga requisitoria il pm Nino Di Matteo ne aveva chiesto la condanna a nove anni di reclusione per aver bloccato l’arresto di Bernardo Provenzano a Mezzojuso nel 1995 (sei anni e mezzo invece la pena chiesta per l’altro imputato Mauro Obinu), Mori è entrato in aula con un faldone di 163 pagine ben ordinate: sono le sue dichiarazioni, la sua difesa personale che – insieme alle arringhe degli avvocati – dovrebbe convincere i giudici ad assolverlo.

Ma prima di provare a smontare le varie accuse della procura, l’ex alto ufficiale del Ros si è dedicato ad una corposa premessa: quasi un’analisi sul clima mediatico che avrebbe influenzato il dibattimento. Mori ha infatti puntato il dito contro “una specifica corrente di pensiero” che avrebbe cercato di far permeare nell’opinione pubblica “precise connivenze e puntuali favoreggiamenti in una parte delle istituzioni dello Stato” con Cosa Nostra.

E per spargere a livello mediatico “il teorema” delle connivenze tra Stato e mafia, si sarebbe servita di “ipotesi e teorie suggestive, prive peraltro di puntuali supporti dimostrativi”. Protagonisti di questa corrente di pensiero? Mori ne fa i nomi. E punta il dito su Sonia Alfano e Giuseppe Lumia, ma anche Antonio Di Pietro, Angela Napoli, Fabio Granata, Luigi Li Gotti, Leoluca Orlando e Rosario Crocetta. Poi ovviamente ci sono i giornalisti: Concita Di Gregorio, Saverio Lodato, ma anche i giornalisti del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, Sandra Amurri e Giuseppe Lo Bianco.

Delineato il clima mediatico in cui si è svolto il suo processo, il generale ha quindi provato a smontare pezzo per pezzo le prove. Prima tra tutte la testimonianza del colonnello del Ros Michele Riccio, che per primo aveva denunciato pressioni per far fallire il blitz a Mezzojuso, dove il 31 ottobre del 1995 si sarebbe trovato Provenzano. “La denuncia del Riccio però appariva tardiva – ha detto Mori – perché fatta a distanza di sei anni e non sostenuta da spiegazioni convincenti. Inoltre, la versione dell’incontro di Mezzojuso era contraddetta da quanto lo stesso Riccio aveva rassegnato nell’informativa del 30 luglio 1996. Nel rapporto si confermava la versione del rinvio dell’intervento per a salvaguardia della fonte”. Ovvero il boss infiltrato Luigi Ilardo, morto pochi mesi dopo il fallito blitz in un agguato mai chiarito.

Quindi il generale ha fatto un passo indietro, a quegli incontri con Vito Ciancimino nell’estate del 1992. Per la procura di Palermo sarebbero il corpo centrale della Trattativa, processo che si è aperto di recente e in cui Mori è accusato di attentato a corpo politico dello Stato. Per il generale però si trattava solo di tentativi per “acquisire il maggior numero di elementi informativi possibili su Cosa nostra, rivolgendosi non ai soliti confidenti da quattro soldi, ma a chi ritenevamo in grado di fornire indicazioni utili a contestualizzare ciò che stava accedendo”. Di quegli incontri a Roma con Ciancimino, Mori non avrebbe lasciato traccia documentale per il semplice fatto che “oltre a non esservi nessun obbligo a riguardo, non c’era nulla da scrivere perché Ciancimino allo stato, non era nemmeno una fonte, ma solo un aleatorio progetto investigativo”. Quindi sono arrivate stoccate anche al figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, uno dei testimoni chiave dell’inchiesta sulla Trattativa e del processo per la mancata cattura di Provenzano. Da Massimo Ciancimino, secondo Mori, sarebbero arrivate soltanto manovre depistanti. “È stato anche accusato della detenzione in concorso di un rilevante quantitativo di esplosivo rinvenuto presso la sua abitazione palermitana – ha ricordato il generale – la vicenda, oggetto di un diverso procedimento penale, è la conferma, se ve ne fosse stato ancora bisogno, del livello di aberrazione raggiunto dal soggetto, capace persino di mettere in pericolo l’incolumità della sua famiglia e di altre persone innocenti pur di manipolare a suo favore la realtà che lo riguardava”.

Quindi l’ultima stoccata alla prova madre della Trattativa: il papello in cui Riina avrebbe appuntato le richieste di Cosa Nostra allo Stato. Per Mori però si tratta solo di “un elenco che, sino a quando non si troverà chi lo ha redatto, è un atto anonimo, per di più in fotocopia, del tutto privo quindi di intrinseca attendibilità”.