Tra il 29 e il 31 maggio 2013, quando nel quartiere romano di Casal Palocco gli uomini della Digos di Roma portarono a termine il blitz poi sfociato nel rimpatrio della moglie e della figlia del dissidente kazako Ablyazov, ai vertici della polizia si stava vivendo un momento di passaggio molto delicato. Secondo alcuni uomini del Viminale, quel momento sarebbe culminato in “alcune ore di vuoto di potere”, dovute al cambio al vertice dell’Istituto. Alessandro Marangoni, nominato da Anna Maria Cancellieri vice capo vicario della Polizia al momento della morte di Antonio Manganelli, aveva saputo proprio in quelle ore di essere arrivato secondo nella corsa alla successione e che la poltrona di nuovo capo della polizia sarebbe andata ad Alessandro Pansa, prefetto vicino al Quirinale, nominato il 31 maggio e insediatosi proprio il 31 pomeriggio. Quando – cioè – tutto il “caso Kazakistan” si era già concluso con le due donne messe su un aereo a Ciampino noleggiato proprio dal leader kazako, Nursultan Nazarbayev.

Marangoni non fu dunque neppure informato dell’operazione; nel delicato momento di passaggio ai vertici della polizia, con la nomina di Pansa ormai certificata nel comunicato del Consiglio dei Ministri, chi stava tenendo le fila del Viminale era solo il ministro dell’Interno, Alfano. Che continua a tacere sulla vicenda, lasciando trapelare solo che anche lui sarebbe stato all’oscuro di tutto. E che, cioè, il prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro (che lui avrebbe voluto a capo della polizia) il questore, il capo della mobile e quello della Digos avrebbero agito in autonomia senza informare il livello politico più alto di quello che stava accadendo.

L’indagine voluta da Enrico Letta, che pare determinato, come annunciato durante il question time del 10 luglio alla Camera, a fare “piena luce” sull’accaduto, ha già acquisito alcune importanti testimonianze, quella di Lamberto Giannini, capo della Digos di Roma, uomo di grande esperienza nella lotta al terrorismo politico, che ha dato il via al blitz di Casal Palocco; quella di Maurizio Improta, capo dell’ufficio immigrazione della Questura e quella di Renato Cortese, poliziotto di primo piano nella lotta alla criminalità organizzata che partecipò anche alla cattura di Bernardo Provenzano. Tre poliziotti “di rango” che hanno avuto un ruolo di primo piano nella vicenda e hanno sostenuto di aver “eseguito ordini superiori”. E, in quei giorni, l’unico che poteva dispensare un ordine del genere, visto anche il singolare momento di passaggio di consegne ai vertici della polizia, era solo il ministro, Angiolino Alfano.

L’indagine, ora, sta anche cercando di fare luce su un misterioso fax dell’Interpol, arrivato il 28 maggio in Questura a Roma, dove veniva segnalato sia alla Questura stessa che alla prefettura dove andare a prelevare il dissidente Ablyazov, in virtù di un mandato di cattura internazionale del Kazakistan per truffa, bancarotta e una lunga serie di reati economici. In realtà, com’è noto, Ablyazov è il più grosso – e ricco – oppositore politico del presidente Nazarbayev, caro e grande amico di Berlusconi e quelle incriminazioni non sono affatto certe. Del fax dell’Interpol, che avrebbe dato il via all’operazione, almeno secondo Alfano, si è comunque persa ogni traccia.