E’ prassi comune, da qualche legislatura a questa parte, che quando un governo non sa o non vuole tagliare le spese, oltre ad aumentare la tassazione, colpisca sistematicamente la previdenza. E quanto più il governo è inetto o legato ai gruppi di potere e corporazioni, tanto meno riduce le spese e tanto più infierisce su tasse e previdenza.

Il motivo per cui la previdenza è un obiettivo così ricorrente e gradito da parte dei ministri di turno, risiede nell’arroganza di un potere statale che, dopo avere sequestrato forzosamente alla fonte i contributi dei lavoratori dipendenti, ne dispone a proprio piacimento standosene comodamente seduto come un pirata sul coperchio della cassa del tesoro e decidendo se e quali prestazioni erogare, quasi che non lo facesse con contributi prestatigli dai lavoratori in 40 anni ma con risorse sue. Quasi sempre a questi espropri vengono sapientemente abbinate esternazioni di equità, giustizia sociale, solidarietà e mai spiegazioni corredate da un po’ di cifre possibilmente comprensibili.

Sulla linea del “dagli alla previdenza” va a muoversi anche questo governo che, per bocca del ministro Giovannini torna a prendere di mira le pensioni così dette “d’oro”.

Dopo la bocciatura della Corte Costituzionale che bollò come iniquo il contributo di solidarietà sulle sole pensioni in quanto bastonava, a parità di reddito, i pensionati rispetto ai lavoratori attivi, l’astuto Giovannini ipotizza di utilizzare il blocco dell’indicizzazione al costo della vita per le pensioni più elevate confidando magari che con una eventuale ripresa economica l’inflazione rialzi la testa e faccia rapidamente a brandelli le pensioni di quegli sprovveduti che hanno versato contributi freschi e sonanti per 70.000 euro e più all’anno; Giovannini deve avere pensato che la sentenza della Corte Costituzionale condannasse il prelievo iniquo nella forma e non nella sostanza, dato che sta cercando soluzioni formalmente diverse per fare sostanzialmente la stessa cosa; qualcuno dovrebbe avvisare i Giudici della corte che la sostanza delle loro sentenze non è prioritaria.

Ovviamente anche Giovannini utilizza sapientemente la propaganda solidaristica indicando che le pensioni da 90.000 euro lordi annui in su “appaiono stridenti nell’attuale contesto socio-economico e dei sacrifici imposti alla generalità della popolazione”. Viene da chiedersi: Non sono in stridente contrasto anche le retribuzioni dei parlamentari e di alcuni managers pubblici o i cachet che la Rai elargisce con il nostro canone?

La risposta è retorica: lo sono ampiamente di più delle pensioni che Giovannini insiste pervicacemente a definire “d’oro”; la differenza sostanziale è che, nel caso della previdenza, sul coperchio della cassa del tesoro sta comodamente appoggiato il sedere dello Stato.

A Giovannini non sembra proprio venire in mente che la vera equità consisterebbe nel valutare prioritariamente caso per caso se la pensione che lo Stato eroga sia commisurata ai contributi versati oppure no e poi agire di conseguenza. Ebbene, con l’eccezione dei parlamentari i quali, come noto, percepiscono pensioni elevate a fronte di contributi del tutto risibili, tutti i lavoratori dipendenti con pensioni da 90.000 euro lordi annui in su le hanno a fronte di montanti contributivi che con quasi certezza mai riavranno indietro. Del sistema di calcolo truffaldino  – per i redditi superiori a 40.000 euro annui – ho già scritto qui: dando le necessarie evidenze del modo di calcolo ignoto a quasi tutta l’opinione pubblica e che ineffabilmente si appropria dei contributi dei redditi più elevati; Giovannini vuole aggiungere danno al danno e, con una dichiarazione di equità che non sta in piedi comunque la si guardi, si appresterebbe a prelevare ulteriormente da chi già si domanda che fine abbiano fatto i propri contributi. La cosa più disgustosa, poi, è che in presenza di un niet deciso da parte della Corte Costituzionale, si ignori la sostanza cercando una forma che consenta di fregarsene al meglio della sentenza della Corte.

Ma non sarebbe meglio – e meglio non farebbe sentire anche gli espropriati ulteriormente spremuti – se si dicesse loro, con onestà intellettuale: Ancorché le vostre pensioni non siano commisurati a i vostri contributi, preleviamo ancora da voi e non perché ciò abbia un impatto significativo sui conti, ma perché ci viene facile e perché ci serve di esempio demagogico? Almeno gli espropriati dei propri contributi si sentirebbero vittima di un’ingiustizia, quasi di un raggiro, ma almeno non presi in giro beffardamente.

Nel frattempo le pensioni dei parlamentari corrono come se nulla fosse, la Rai continua a pagare cachet da tempi d’oro e i grandi burocrati e manager di Stato continuano a percepire retribuzioni non troppo commisurate ai risultati che garantiscono al loro datore di lavoro.