Il presidente egiziano Mohamed Morsi ha chiesto all’esercito di ritirare il suo ultimatum riaffermando la sua “legittimità costituzionale” e rifiutando “ogni tentativo di deviare da essa”. No, poi, a “diktat sia all’interno che all’esterno”. Il messaggio  è scritto in un tweet sull’account ufficiale della presidenza egiziana. E una fonte militare ha dichiarato che le forze armate hanno visto la dichiarazione e risponderanno.

La richiesta di Morsi è arrivata dopo una nuova giornata di scontri tra sostenitori e oppositori del presidente egiziano, duramente contestato in questi giorni e assediato nel suo palazzo di Al-Qubba, che secondo fonti mediche a Giza, al Cairo, hanno provocato 7 morti. Secondo l’agenzia di stampa Dpa che cita fonti delle forze di sicurezza, alla periferia della capitale gli scontri sono scoppiati quando un gruppo di sostenitori di Morsi si è messo in marcia verso l’Università del Cairo. Durante i disordini sostenitori e oppositori del presidente si sono fronteggiati e diverse persone sono rimaste ferite. A Banha, 50 chilometri a nordest del Cairo, un gruppo di oppositori del presidente ha aperto il fuoco contro una folla di avversari politici. Tra i due gruppi è poi iniziato un lancio di pietre e sassi. Secondo la tv satellitare al-Jazeera una sede dei Fratelli Musulmani è stata presa d’assalto e incendiata a Helwan, a sud del Cairo.

Il ministro della Difesa e capo di Stato Maggiore delle Forze Armate egiziane, generale Abdel Fattah al-Sissi, aveva chiesto a Morsi di fare un passo indietro e di “lasciare l’incarico per evitare spargimenti di sangue” secondo il giornale online Tahrir News, che cita sue fonti non meglio identificate. La richiesta sarebbe arrivata durante la terza riunione in 24 ore tra Morsi e al-Sissi. Durante il colloquio, stando al giornale, il capo di Stato Maggiore delle Forze Armate egiziane aveva anche ribadito al presidente che quella delle sue dimissioni è ormai divenuta una “richiesta popolare”. E Morsi aveva chiesto “poche ore per prendere una decisione”. Lunedì l’esercito egiziano aveva lanciato un ultimatum di “48 ore” alle forze politiche per trovare un’intesa e “soddisfare tutte le richieste dei cittadini” dopo lo scoppio delle proteste contro Morsi. In caso contrario, le Forze Armate avevano annunciato la presentazione di “una roadmap”, la cui applicazione sarà controllata “direttamente” dall’esercito, ma il presidente ha detto no.

Intanto l’eco della protesta di piazza Tahrir non è lontana dagli altri Paesi della ‘primavera araba’, soprattutto da quelli che, cacciati i tiranni o ammorbidite le forti rivendicazioni con blande riforme, sono guidati da partiti connotati dall’Islam. In Marocco e Tunisia il timore del contagio, di un effetto domino impensabile solo fino a poche settimane fa, è ora palpabile. I due Paesi, pur se con una struttura politica e sociale diversa, sembrano percorrere la stessa strada, che somiglia terribilmente a quella che ha portato l’Egitto sull’orlo della guerra civile.

I partiti islamici, usciti vincitori dalle elezioni politiche, hanno sostanzialmente fallito nel contratto che avevano stipulato con gli elettori e che verteva, soprattutto, sul sanare la crisi economica e restituire certezze alla società. In entrambi i campi, sia il tunisino Ennahda, guidato da Rached Gannouchi, che il marocchino Partito per la giustizia e lo sviluppo, con il suo leader Abdelillah Benkirane, hanno fallito, pur con sostanziali differenze per quanto riguarda la sicurezza che, in fortissimo pericolo in Tunisia, rischia di diventarlo anche in Marocco.

L’altro grande obiettivo, quello della pace sociale, appare ancora molto lontano. Tunisini e marocchini sono rimasti, al loro interno, sostanzialmente divisi, dal momento che le ‘primavere’ hanno lasciato il passo a sfiorite forme di populismo, intriso di forti condizionamenti derivati dalla religione. Cosa che è aggravata dal fatto che i partiti islamisti, una volta conquistato il potere, lo considerano intangibile e, soprattutto, eterno, perché non frutto del voto, ma di una investitura divina.

Quanto accaduto in Egitto trova una duplicazione in quel che Tunisia e Marocco stanno vivendo. I partiti di governo islamisti, non abituati alla gestione del potere da cui sono stati esclusi per decenni, non sono stati in grado di dare soluzioni alle crisi ed hanno infilato una serie interminabile di errori, che ne mettono fortemente in dubbio una conferma alla guida dei Paesi. Con l’aggravante che, avendo ereditato delle economie bloccate da governi/regime, hanno acuito la crisi facendosi trovare privi di una classe dirigente se non illuminata, quanto meno coraggiosa e disposta, quindi, a scelte dolorose, ma cercando soluzioni anche se di lungo periodo.

Davanti allo sfascio dell’Egitto non c’è stata nemmeno una presa di distanza dai Fratelli musulmani di cui Ennahda e Partito per la giustizia e lo sviluppo sono gemelli, se non addirittura figli. Al punto che, andando anche contro l’evidenza, ieri sera Ennahda ha confermato il suo totale appoggio alla Fratellanza, cosa che nemmeno i salafiti egiziani hanno fatto, marcando invece una differenziazione rispetto a Mohamed Morsi. La paura vera, che serpeggia evidente, è che la ribellione degli egiziani dia forza e convinzione a chi, in Marocco e Tunisia, non ha perso la speranza che ‘primavera araba’ sia sinonimo di libertà.