L’ondata di proteste in atto in questi giorni in Brasile dimostra quanto sia illusorio e sbagliato l’assunto, molto in voga anche da noi soprattutto nel dopo Tangentopoli, che per essere un politico di valore basta ragionare come un buon padre di famiglia. Per anni, schifati da malaffare, corruzione e conflitti di interessi, abbiamo anche noi cercato rifugio in persone senza prominenti qualità politiche e gestionali, in nome della valorizzazione di una componente etica che è ovviamente indispensabile, ma che non può e non deve rappresentare l’unico metro di giudizio di una classe politica. Cui si chiede di possedere, oltre all’onestà, competenza, visione e strategia.

La vera differenza tra gestire una famiglia e gestire un Paese risiede proprio nelle dimensioni dell’intervento: occuparsi del benessere di 4-5 persone non è evidentemente la stessa cosa di dover pensare a 60 milioni di abitanti, come in Italia, o addirittura a 200 milioni di persone, come deve fare Dilma Rousseff. Ed una delle differenze principali sta proprio nel trade off tra una scelta di gestione delle finanze pubbliche che privilegi la distribuzione delle risorse per l’immediato beneficio della popolazione, in particolare le classi povere, oppure investimenti che potrebbero/dovrebbero portare benefici a medio-lungo termine.

Lasciamo da parte per un secondo la questione calcistica. In ogni paese esistono polemiche su grandi opere infrastrutturali e sui costi/benefici associati. E questo dibattito negli ultimi tempi, complice la crisi economica, è ovviamente sbilanciato: quando si vede che il numero di concittadini “nuovi poveri” aumenta drammaticamente ogni giorno, tra chi perde il lavoro, chi la casa etc., è difficile accettare che risorse pubbliche vengano spese per finanziare un ponte o una ferrovia, invece che essere destinate al sostegno del reddito delle persone in difficoltà. Un normale padre di famiglia ragionerebbe in questi termini: se non ci sono soldi per mettere un piatto di cibo in tavola per i figli, non ci si compra la macchina nuova, giusto?

Ma un governante deve fare un passo in più: trovare il giusto mix per assicurare un benessere di base a tutti i propri cittadini (e nel caso del Brasile sono davvero tanti) e nel contempo mantenere dritta la barra dello sviluppo del paese. Pensateci bene: tutti i paesi, anche i virtuosi scandinavi, hanno una sacca di povertà di almeno il 4% della popolazione. Se anche le percentuali sono basse, parliamo comunque di migliaia e migliaia di persone che non possono condurre una vita “agiata”. Ci sarebbe sufficiente spazio per occuparsi dell’innalzamento del loro livello di vita destinando tutte le risorse disponibili all’area sociale. Ma un paese fermo a livello di investimenti e progresso è un paese che, dopo qualche anno, dovrà tornare ad occuparsi di nuovi poveri, in un circolo vizioso senza fine.

Il governo brasiliano del Presidente Lula, di cui quello di Dilma è una naturale prosecuzione, ha tirato fuori dalla povertà 50 milioni di persone. Sforzo titanico. Ma non sufficiente. E ne abbiamo la testimonianza proprio in questi giorni. Per questo, continuo a pensare che governare sia un mestiere molto difficile per il quale la fedina penale pulita è certamente un pre-requisito sine qua non, ma non una condizione in sé sufficiente per tenere in mano le sorti di un Paese.